Nella leggenda Uj la notte
cremisi del Re crudo

Nella leggenda Uj la notte cremisi del Re crudo
di Michele Bellucci
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Venerdì 19 Luglio 2019, 01:00 - Ultimo aggiornamento: 13:29

PERUGIA - Sono le 21.32 del 18 luglio quando l'arena Santa Giuliana entra nel vivo di un evento lungamente atteso: sul palco ci sono i King Crimson, per l'ultima delle quattro tappe italiane del tour celebrativo dei 50 anni. Non si celebra solo un gruppo (prog, rock, difficile chiuderlo in una sola definizione viste le mutazioni avvenute in cinque decadi) ma una concezione della musica che si ostina a voler rimanere attuale. La formazione è la nona della storia. Davanti ci sono le tre imponenti batterie cavalcate da Gavin Harrison, Jeremy Stacey (che è anche addetto alle tastiere) e Pat Mastelotto. Dietro, sopra una lunga pedana, Mel Collins ai sassofoni e flauto traverso, Tony Levin tra basso elettrico, contrabbasso, chapman stick e Jakko Jakszyk che ci mette chitarra e voce. Lì accanto, seduto ad armeggiare con sapienza in una sorta di "studio mobile" c'è Robert Fripp, un musicista già entrato nella leggenda e deciso a restare un eroe senza macchia. Non guarda il pubblico, ma fissa davanti a sé il piccolo schermo e quella invisibile "stanza dei bottoni" che a tratti manovra per variare chissà cosa. Con le cuffie a coprirgli le orecchie, gli occhiali da professore e i capelli ormai bianchi a qualcuno avrà ricordato il nostro Franco Battiato. È suo molto del merito se il suono esce pulito, ai limiti del maniacale, tutte le luci sono perfettamente posizionate, i movimenti dei musicisti sempre controllati; l'impressione è quella di ascoltare un'orchestra, per la varietà dei suoni e per la distanza siderale da quel rock "spettinato" e, a volte, approssimativo. 

Si parte con un lungo unisono delle tre batterie, per entrare in Hell Hounds of Krim. Poi Collins improvvisa l'inno italiano con il flauto per capire se il pubblico c'è. Un timido applauso lo conferma ma all'Arena sembrano tutti concentrati con il fiato sospeso. Bisognerà attendere Epitaph, il primo dei brani contenuti nel loro masterpiece The Court of the Crimson King, per sentire davvero l'emozione dei presenti. Il live alterna momenti dalla ritmica travolgente, con il trio Harrison-Stacey-Mastelotto capace di virtuosismi e magie sonore, ad altri dove nessuno dei presenti osa produrre un solo rumore. Quella dei "Re" è una ricerca dell'equilibrio assoluto, con il pubblico di Uj che sembra guardare un film, immobile salvo rari scrosci di applausi che sottolineano l'inizio di un brano o il termine di un a solo. 

Intanto il servizio d'ordine mette in atto una sorta di Stato di Polizia, cercando di far rispettare l'anacronistico divieto non solo di evitare riprese e fotografie ma addirittura di usare i cellulari. Ad ogni piccolo schermo che si accende, un addetto alla sicurezza si fionda minaccioso, rafforzando il senso di rigidità che, partendo dal palco, si diffonde come un'onda. Già, perché si arriva alla pausa con il pubblico che commenta all'unisono "un concerto fantastico", ma allo stesso tempo tutti riconoscono la freddezza della band sul palco. Del resto i King Crimson sono anche questo, delle opere d'arte viventi, da guardare senza toccare, o meglio da ascoltare senza osare distrarsi o tantomeno registrare.

Il primo tempo ha regalato tra le altre Pictures Of a City, Suitable Grounds For the Blues, One More Red Nightmare, Radical Action, Islands, Cat Food e Frame by Frame, prime della chiusura con Level Five. La seconda parte del concerto riesce, sebbene potesse apparire impossibile, ad esaltare ancora di più il virtuosismo dei sette sul palco, che dialogano in un traboccare di passaggi tanto arditi quanto impeccabili. Dopo The Sheltering Sky e The ConstruKction of Light scatta una strepitosa Cirkus seguita da Neurotica. La scaletta va avanti pescando composizioni che provengono da varie fasi della band. Ogni brano è rivisitato, ma con estremo rispetto dell'originale. Non c'è nulla di invasivo e l'atmosfera stavolta inizia a scaldarsi davvero. Jakszyk se ne esce con un "mi piace" ed è forse un segno di pace. Quando parte Moonchild il pubblico di Perugia spicca il volo; qui la chitarra di Fripp, il contrabbasso di Levin, i sassofoni di Collins e il piano di Stacey tessono una ragnatela di note che conducono dritte all'attesa The Court of the Crimson King. Ormai l'argine è rotto e ci si avvia verso il finale con le luci sul palco che da blu virano verso il rosso, inanellando Indiscipline e Starless, quindi il pubblico si alza in piedi per un lungo applauso. Il bis arriva e regala un’irresistibile 21st Century Schizoid Man con il pubblico che, finalmente, scatta sotto il palco per godersi l'ultimo assalto. Quando, per attaccare l'ultimo ritornello, i tre batteristi lanciano all'unisono le bacchette roteanti a due metri sopra le loro teste per poi recuperarle al volo e riprendere il ritmo, l'esplosione della folla è una liberazione. La notte del Re Cremisi non ha deluso le attese e sotto il cielo di Uj, Festival che vive anche di grandi eventi capaci di riempire l'Arena, la grande musica ha trionfato ancora.

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