'Ndrangheta e appalti: in manette i cugini ambiziosi e il picciotto che voleva la dote

Mercoledì 26 Febbraio 2020 di Egle Priolo
PERUGIA Il figlio del boss. Il nipote ambizioso. E il picciotto che vuole diventare camorrista. Sono loro i protagonisti degli arresti effettuati ieri mattina dalla squadra mobile di Perugia nell'ambito dell'operazione contro la 'ndrangheta. Si tratta di Rocco Laurendi, 24 anni, giovane figlio di Domenico, considerato la figura emergente del clan Alvaro di Sant'Eufemia d'Aspromonte, di Diego Orfeo, il 23enne nipote del boss con la passione per le armi, e di Giuseppe Carmine Napoli, detto Ppizza, 55 anni e la voglia di aumentare la sua “dote” nella 'ndrina. La polizia li ha scovato a Castiglione del lago, da dove interagivano ed eseguivano gli ordini della cosca, anche in relazione al subappalto per la fibra ottica.
Rocco, stesso nome del nonno e diversi interessi condivisi con la famiglia, è accusato con gli altri due di associazione mafiosa: è proprio in una conversazione telefonica con lui che il padre dice «di essere in attesa dell'autorizzazione da parte di Open Fiber per poter subappaltare direttamente». Nelle 3.651 pagine di ordinanza di custodia cautelare firmate dal gip di Reggio Calabria Tommasina Cotroneo, il giovane Rocco viene descritto come l'uomo che «assicurava la circolazione di informazione tra capi ed affiliati nonché portava ambasciate per mettere al corrente la cosca dell'esistenza di indagini a carico di alcuni esponenti della stessa; si occupava del pagamento di armi di cui si riforniva la cosca; era addetto alla movimentazione delle armi che spostò in epoca antecedente e prossima al febbraio 2019». Inoltre, «con il ruolo di partecipe al locale di ndrangheta di Santa Eufemia, e ancor più specificatamente alla frangia mafiosa riferibile a Laurendi Domenico, a seguito di rituale affiliazione, prendeva parte alle riunioni di ndrangheta». Fu lui, secondo quanto intercettato dalla polizia, nel 2018 ad avvisare il padre di restare nel Nord Italia, perché a casa la situazione si stava facendo pesante: come riassume il gip, lo avviso «dell'ambasciata giunta da tale "Brunuzzu", che gli voleva fare sapere di aver a sua volta saputo che essendo imminente un'operazione di polizia giudiziaria con molti arresti, sarebbe stato opportuno che non rientrasse in Calabria ("puzza di abbruglio" / "digli così che lui capisce”)». Tutti particolari che il gip ribadisce per sottolineare la «lucida consapevolezza in capo all'indagato della intraneità del padre nel consesso organizzato criminale».
Diego Orfeo, invece, nipote diretto di Domenico Laurendi, nella ricostruzione del giudice per le indagini preliminari, «maneggia armi e vive gomito a gomito con il Laurendi, capo pericolosissimo della struttura criminale di che trattasi. Viene reso edotto da questi di mille fatti e circostanze di `ndrangheta ed ha partecipato insieme al Laurendi ad un'azione punitiva con al seguito armi, una delle quali, a suo stesso dire, acquistata unitamente allo zio. L'Orfeo è, peraltro, figlio di Agostino detentore a sua volta di più armi nel tempo, delle quali l'indagato è perfettamente a conoscenza. La sua allarmante contiguità a quel mondo criminale `ndranghetistico dello zio Laurendi al quale è molto vicino in uno al suo interesse evidente e spiccato per le armi inducono a ritenere anche per lui in alcun modo superata la presunzione di adeguatezza della sola custodia carceraria».
Si sono così aperte le porte del carcere di Capanne per i due cugini, ma anche per Ppizza, quel Giuseppe Carmine Napoli con il doppio della loro età e pronto a dismettere le mostrine da picciotto per passare – almeno – a quelle di camorrista. Accusato anche lui di far parte dell'associazione mafiosa, infatti, è stato al centro delle discussioni tra capi per la sua promozione. Secondo il gip, infatti, era tra i «soggetti riferibili al gruppo "sponsorizzati" per l'attribuzione delle nuove cariche a seguito del c.d "banco nuovo"». La “dote” di picciotto è infatti il grado più basso in una 'ndrina dopo il giovane d'onore e Laurendi, come scrive il giudice Cotroneo, stava puntando alla sua «progressione nella scala gerarchica della ndrangheta». L'idea iniziale probabilmente era quella di “sgarrista”, ma ci sarebbero stati dei veti per cui il boss si sarebbe accontentato della promozione «secondaria», da camorrista appunto.
Uno spaccato, quello delle lotta per le gerarchie e le promozioni delle “doti” (o “fiori”), che il giudice riprende per spiegarne il senso: «Parimenti la stessa assunzione della qualifica di "picciotto", "sgarrista", "camorrista", "santista", "vangelo" o di altre note cariche ndranghetiste deve essere considerata significativa non già di una semplice adesione morale, ma soprattutto di una formale aggregazione alla cosca mercè apposito rituale (la cd "legalizzazione"). Nell'assunzione di siffatte cariche deve ravvisarsi quindi non solo l'appartenenza alla mafia nel seno letterale del personale inserimento in un organismo collettivo specificamente contraddistinto, cui l'associato viene ad appartenere sotto il profilo della totale soggezione alle sue regole e ai suoi comandi, ma altresì la prova del contributo causale, che è immanente nell'obbligo solenne di prestare ogni propria disponibilità al servizio della cosca accrescendo così la potenzialità operativa e la capacità di inserimento subdolo e violento nel tessuto sociale». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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