L'ultimo stipendio a febbraio e niente Cig, la ferita aperta della Treofan: «Non è risolto nulla»

L'ultimo stipendio a febbraio e niente Cig, la ferita aperta della Treofan: «Non è risolto nulla»
di Lorenzo Pulcioni
4 Minuti di Lettura
Sabato 1 Maggio 2021, 19:28 - Ultimo aggiornamento: 2 Maggio, 09:22

«Qui sembra tutto risolto, invece di concreto non c'è ancora niente». Primo Maggio aspettando un bonifico di poche centinaia di euro. I lavoratori Treofan sono ancora in attesa della cassa integrazione. Il tavolo per la reindustrializzazione del polo chimico ternano è appena partito. Di progetti legati a bioplastiche e biofilm hanno cominciato a parlare la viceministra Todde e l'assessore regionale Fioroni. Ma la richiesta di cassa integrazione deve essere ancora sbloccata dalla VI commissione del Ministero del Lavoro. Bene che vada i soldi arriveranno non prima di luglio. L'ultimo stipendio vero preso dai lavoratori risale a febbraio. Poi sono arrivate le buste paga in passivo e proposte tipo anticipo del Tfr, premio di partecipazione 2020 e rateo di tredicesima e quattordicesima. «Ma l'anticipo del Tfr, che non tutti hanno a disposizione, o un eventuale sblocco del fondo pensione sono soldi che potrebbero esserci utili in vecchiaia. Non si possono prendere adesso, ma siamo talmente in difficoltà da essere praticamente obbligati» racconta un gruppo di lavoratori al Messaggero. Chiedono di restare senza nome: «Perchè tanto prima o poi per trovare un altro lavoro dovremo passare per il sindacato» dicono. «Sono entrato nel 1988, oggi ho 50 anni e 40 di contributi - racconta il primo - l'ultima busta paga era sotto di 500 euro perchè hanno calcolato i giorni di fine febbraio poi considerati in cassa integrazione». C'è chi ha avuto un ribasso di 800, chi di 900 euro. Il premio di partecipazione dovrebbe cominciare ad arrivare lunedì: «Tolto il 10 percento di tasse e considerato che ci danno l'80 percento di quella cifra, saranno 500 euro» calcolano. Il resto, dicono, arriverà a maggio insieme al rateo di tredicesima e quattordicesima: «In totale un migliaio di euro. Così ci tengono buoni fino alla cassa integrazione». Si avvicina un altro dipendente: «A casa mia siamo in quattro, ho moglie e due figli, lavoro solo io e sono stato costretto a chiedere il blocco del mutuo. Se non ci danno la cassa integrazione, l'azienda è obbligata a pagarci fino a fine ottobre».

In quella data scadrà il blocco dei licenziamenti, ma intanto senza la cassa integrazione è difficile ricollocarsi: «L'ammortizzatore è uno sgravio e in quel caso un datore di lavoro è ben voluto ad assumere - spiega il più giovane del gruppo - ma per noi è impossibile venire chiamati. Stiamo come sei mesi fa, tranne che non abbiamo lo stipendio». Ben venga la reindustrializzazione, chiariscono: «Ho passato una vita dentro lo stabilimento e sarebbe importante per tutto l'indotto. Va bene la chimica verde e la transizione ecologica, ma noi in tasca non abbiamo niente ancora mentre c'è chi è a stipendio pieno. Ci sentiamo presi in giro». Al punto 4 del verbale di accordo del Mise si legge in effetti che «a fronte della cessazione dell'attività produttiva, i lavoratori saranno sospesi a zero ore e senza rotazione, tuttavia la società potrà richiamare in servizio il personale sospeso che riterrà necessario per completare attività non ultimate, per lo smaltimento del sito e/o degli uffici, per la dismissione degli impianti ovvero per lo svolgiento delle attività amministrative o di altro genere». Ma nello stabilimento, a prendere la retribuzione piena, secondo questo gruppo di lavoratori ce ne sono troppi: «Il liquidatore ci deve dire che ci stanno a fare più di 20 persone negli uffici. Questo succede anche perchè i sindacati sono spaccati. Ci sono delegati che non si parlano tra loro. Altre vertenze sono andate a buon fine e in tempi rapidi perchè c'era unità. Qui addirittura facciamo i picchetti separati» concludono. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA