Federica Angeli a Terni
«Io minacciata ma ne vale la pena
se la gente rialza la testa»
(Fotoservizio Angelo Papa)

"Non è solo una questione di Roma o di Ostia, c'è molto da lavorare sulla mente degli italiani in generale per riuscire a ribaltare determinate regole, ormai diventate la nostra normalità. Penso non solo all'accettare un comando di un boss, ma anche al pensare, ad esempio, a chi ci può raccomandare appena ci prescrivono una visita. Ecco, ribaltare questo è la difficoltà più grande, non bastano le inchieste della magistratura, per riportare la legalità ci vuole uno sforzo culturale". Federica 
Angeli, giornalista de La Repubblica nota per le sue inchieste dalla mafia romana, da quasi cinque anni vive sotto scorta, dal giorno in cui assistette casualmente ad un tentato duplice omicidio e decise di non voltarsi dall'altra parte, ma di denunciare chi già l'aveva presa di mira per i suoi articoli. Sotto lo sguardo vigile delle guardie del corpo continua ostinata a girare l'Italia per diffondere la sua testimonianza, un tour che ieri ha fatto tappa a 
Terni, nell'ambito del quarto 'legality day' organizzato dall'Ast, ma anche primo appuntamento del Bif Roadshow 2018, l'iniziativa contro corruzione e illegalità organizzata da Transparency International Italia. Un appuntamento che l'ha vista protagonisti insieme, tra gli altri, all'ad dell'acciaieria Massimiliano Burelli, al presidente di Confindustria Umbria Antonio Alunni e al procuratore capo di Terni Alberto Liguori, con i quali si è confrontata in particolare sul tema dell'illegalità nel mondo delle imprese, ma anche del ruolo dell'informazione nel contrasto alla corruzione. "Conciliare imprenditoria e legalità e fare un discorso ad ampio spettro sull'importanza di essere un 'noi', dove ognuno nel suo settore dà e porta quello che può, è fondamentale - ha detto la  Angeli -. Ragionando a compartimenti stagni non si va da nessuna parlare, bisogna mischiare i vari contributi che portano ad un progetto di legalità". Anche perché, ha continuato la giornalista, "anche le mafie, soprattutto quelle storiche, si sono trasformate in imprese e per quelle sane riconoscere la concorrenza è altrettanto fondamentale". Così come lo è cercare di parlare sempre più di eventi positivi, come appunto l'iniziativa di ieri, uno sforzo al quale è chiamato proprio il mondo del giornalismo. "C'è chi l'ha chiamato 'giornalaia' - ha ricordato la penna de La Repubblica parlando del suo lavoro - una delegittimazione che fa tristemente parte di un gioco tutto italiano, ma che ormai non mi tocca più". Lei va avanti per la sua strada. "Ho pensato alcune volte di mollare, perché è veramente dura, però non mi sono mai pentita di aver denunciato, non sono capace a voltarmi dall'altra parte. Sotto scorta si vive agli arresti domiciliari, in libertà vigilata: devo chiedere il permesso per entrare in un bar, non posso uscire sul balcone di casa avendo deciso di rimanere ad Ostia, devo comunicare il giorno prima i miei spostamenti, non guido più la macchina. Ho rinunciato a tanto ma, alla luce degli sviluppi, degli arresti e dei cittadini che iniziano timidamente ad alzare la testa, ne vale la pena".

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