CORONAVIRUS

Croce, La Sapienza: «Pil dell'Umbria crollato di 36 posizioni e l'impatto Covid è stato devastante»

Domenica 5 Luglio 2020 di Giuseppe Croce*

L’ultimo Rapporto della Banca d’Italia sull’economia umbra fornisce le prime evidenze dell’impatto del Covid-19. Tutti i comparti economici, con poche eccezioni, hanno subito il colpo pesantemente. L’industria accusa una perdita di un quinto del fatturato nel primo semestre del 2020. Ancora più pesante la situazione nei servizi.

Tuttavia il Covid-19 allunga le sue ombre anche sui prossimi anni. Le ferite inferte in questi mesi lasceranno cicatrici durature. Colpendo duramente gli investimenti di oggi si deprime la crescita economica del futuro. Le difficoltà del lockdown e l’incertezza sulle prospettive hanno costretto le imprese a tagliare i piani di investimento. Ma già da due anni – dice Banca d’Italia – gli investimenti del settore industriale erano in calo: meno 8,2% nel 2018 e un altro meno 13,2% nel 2019.

E non finiscono qui i dati preoccupanti sugli investimenti. Tra marzo e aprile si è registrato un rallentamento anche degli investimenti degli enti territoriali. Anche questi erano diminuiti già lo scorso anno in Umbria dell’8,6%, mentre nell’insieme delle regioni a statuto ordinario aumentavano del 9,3%.

In aggiunta a questa contrazione, la Regione Umbria presenta un livello di utilizzo dei fondi dei programmi operativi che è il più basso tra le regioni del centro-nord, e inferiore anche di quello delle regioni meno sviluppate. Inoltre colpisce lo sbriciolamento dei fondi strutturali europei operato dalla Regione. In Umbria, più che nel resto d’Italia, questi vanno a finanziare una miriade di progetti di piccola e piccolissima taglia. Un dato che conferma il finanziamento a pioggia come l’improbabile via umbra alle politiche di sviluppo.

In questo scenario la parola chiave per l’Umbria è ancora, come già da almeno due decenni, “produttività”. Senza investimenti non cresce la produttività. La crisi del Covid-19 aggrava una tendenza regionale ormai storica. È la debole produttività che ha fatto affondare l’economia umbra negli ultimi venti anni e ha trascinato le famiglie umbre verso l’impoverimento. Il pil procapite umbro, secondo Banca d’Italia, che venti anni fa era 19 punti percentuali più alto di quello medio di tutte le regioni dell’Europa a 28 paesi, nel 2017 è sceso 17 punti al di sotto della media. Un salto mortale all’indietro di 36 punti.

Per il passato questi dati dimostrano la debolezza strutturale del sistema imprenditoriale umbro nel suo insieme e il fallimento delle politiche pubbliche regionali.

Oggi, nella fase di uscita dall’emergenza e di impostazione delle politiche di ripartenza, è ancora e sempre la crescita della produttività la questione che gli attori economici e le amministrazioni pubbliche hanno di fronte. La crescita della produttività è il muro invisibile che separa l’Umbria dalle tante regioni italiane e europee che non hanno smesso di crescere.

Il modello consociativo umbro è ormai un attrezzo improponibile che ha prodotto in venti anni, ben prima del Covid-19, il declino che oggi contempliamo. Per il futuro servono logiche nuove. Purtroppo, però, non si notano sostanziali discontinuità della giunta Tesei rispetto alle precedenti. A questo riguardo vale la pena notare che la produttività non è una questione che può riguardare la singola azienda presa isolatamente poiché coinvolge i sistemi economici nel loro insieme. Ma questi non coincidono con l’”economia regionale” bensì con i sistemi economici urbani, con le città. Qui si sconta un grave ritardo culturale oltre che politico. E per questo il tema della produttività diventa importante, e addirittura vitale per l’area ternano-narnese. Lo stesso rapporto di Banca d’Italia, così come gli interventi delle agenzie di ricerca regionali, le analisi delle associazioni imprenditoriali, la produzione di dati statistici e tanta documentazione ufficiale, insistono quasi esclusivamente sull’economia regionale. Questa, però, è un artificio che non ha nulla a che vedere con la geografia reale della crescita. Sono le città e le loro proiezioni territoriali, che non conoscono confini regionali, il luogo della crescita, dell’innovazione e della qualità della vita, nel quale si vince o si perde la partita della produttività. La visione centrata sull’economia regionale appare oggi solo riflesso di un centralismo regionale che ingabbia e mortifica la possibile ripresa di un sentiero di crescita.
La Sapienza Università Roma

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