Covid, sfida al virus: i giovani evitano il tracciamento. L'allarme degli esperti

Covid, sfida al virus: i giovani evitano il tracciamento. L'allarme degli esperti
di Fabio Nucci
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Venerdì 19 Marzo 2021, 08:04

PERUGIA -Convivere col virus è indispensabile, non lo è accettare numeri ancora così elevati di morti e ricoveri. Tra numeri e grafici che descrivono l’insolito andamento di questa terza ondata, si annidano i rischi delle varianti, ma anche alcuni “buchi” nel ricostruire le catene epidemiche causati da una maggior reticenza della popolazione, specie più giovane. Una delle spiegazioni che il Nucleo epidemiologico fornisce rispetto alla viscosità con cui l’epidemia si muove verso il basso. «Da 500 infetti al giorno con la crescita di terapie intensive che non riuscivamo a capire – osserva l’assessore regionale alla Salute, Luca Coletto – siamo passati a una situazione migliore: le infezioni diminuiscono anche se le varianti non ci aiutano».
L’anomalia di questa terza ondata, infatti, sta nella lenta discesa della curva iniziata da metà febbraio. «Senza le varianti – spiega Marco Cristofori del Nucleo epidemiologico – a parità misure la discesa sarebbe stata più veloce anche se oggi la situazione è migliore rispetto a quella nazionale: l’Umbria ha segnalato per prima la variante brasiliana e ha anticipato le restrizioni». I dati convergono verso un tendenziale contenimento del contagio, a partire dall’indice di replicazione diagnostica (Rdt), il rapporto tra i casi aggregati di due periodi differenti, che a sette giorni è tra 0,91-0,92. «Un dato che collima con l’andamento della curva epidemica». Anche l’incidenza cumulativa va in tale direzione, pari a 171 casi ogni 100mila abitanti (al 14 marzo), più alta in provincia di Terni (177,6) rispetto a Perugia (168,7). «Anche in questo caso la discesa è lenta a causa delle varianti che sono più contagiose e in alcune zone di confine la circolazione è più elevata anche per la vicinanza di zone rosse (Chiusi, Chianciano, Sansepolcro). Restano da “zona rossa” Alto Tevere (323,54), Assisano (313,80), Valnerina (286, ma con pochi abitanti), Foligno (215,7, in calo), Spoleto (214,2), Terni (202,7) e Orvietano (225,1). Ma ci sono anche zone più “scolorite”». Considerando i dati aggiornati a ieri, infatti, sono 27 i comuni da “zona bianca” con zero o meno di 50 casi settimanali per 100mila abitanti (ieri 168 nuovi casi e 255 guariti).
Quanto alla distribuzione per età, si rileva una generale tendenza alla riduzione e solo la fascia 6-10 mostra una lieve risalita nella settimana 8-14 marzo. «Ci sono oscillazioni nella fascia 65-79 – spiega Carla Bietta del Nucleo epidemiologico – e un aumento tra gli over 85, ma è un dato che va letto nel tempo: piccole oscillazioni ce le aspettiamo». Ciò che non era previsto è la discrasia tra la curva dei contagi e quella dei decessi. «Un valore che preoccupa – aggiunge la dottoressa Bietta – e avere 50 casi a settimana è un numero consistente al quale rifiutiamo di abituarci. Dobbiamo tenerne conto perché tutte le strategie mirano a evitare più ricoveri e decessi». Un’analisi della curva dei decessi comparata con la stima di quella epidemica rivela come nella terza ondata i casi letali abbiano mantenuto un andamento costantemente superiore alla stima effettuata con un ritardo di 21 giorni, mentre in autunno avveniva il contrario. «Allora partivamo da zero casi (inizio agosto) – spiega la dottoressa Bietta – e la circolazione del virus era quasi nulla, Nella terza fase la numerosità dei casi non si è mai azzerata: c’è rimasto un sommerso e il virus ha continuato a propagarsi perché non viene diagnosticato. Anche nel momento in cui facciamo inchieste epidemiologiche ci accorgiamo che l’atteggiamento delle persone è cambiato: gli anziani sono più spaventati e collaborativi, mentre nei più giovani c’è una resistenza nel rivelare i contatti e a sottovalutare la situazione. E siccome sono più mobili e più esposti alle varianti, la circolazione del virus aumenta. La popolazione è stanca dopo un anno in questa situazione ed emerge una doppia anima, una più rigorosa (che pratica anche il controllo sociale, l’altra più leggera. Qualcuno sembra essersi abituato a contagi, morti e terapie intensive e in alcune categorie si è ridotta la percezione del rischio».

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