«Il mio consiglio da medico? Istituire unità di crisi per superare la burocrazia»

Il Covid Hospital di Spoleto con l'equipe umbro-lombarda di emergenza-urgenza Nel riquadro il dottor Mirko Belliato
di Ilaria Bosi
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Sabato 6 Marzo 2021, 17:31 - Ultimo aggiornamento: 17:42

PERUGIA - Il dottor Mirko Belliato, direttore dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione Cardiopolmonare alla Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia, due due settimane nel Covid Hospital di Spoleto come rinforzo dalla Lombardia, torna a casa.

Come è andata?

«Molto bene, abbiamo condiviso un’esperienza importante sia sotto il profilo prettamente medico che organizzativo».

La sua giornata tipo in questi giorni?

«Oltre al turno di lavoro, di circa otto ore, abbiamo fattp - grazie anche all’impegno della direttrice di presidio, dottoressa Orietta Rossi - almeno un incontro al giorno su temi specifici: terapia antibiotica, ventilazione meccanica avanzata per riabilitazione polmonare, terapia con plasma iperimmune, monitoraggi rianimatori del paziente covid, organizzazione del reparto e via dicendo».

Risultati?

«La cosa bella è che sono già partiti dei protocolli. Per esempio so che giovedì si sono trovati per far partire il loro protocollo sul plasma iperimmune. Quindi molto efficace, perché dopo le riunioni della settimana scorsa si è subito passati alla messa in pratica di quanto abbiamo discusso».   

Che realtà ha trovato?

«Una piccola realtà con grosse potenzialità. Sono subito partiti progetti nuovi e che porteranno sicuramente benefici anche a medio e immediato termine. Sono molto contento».

Le criticità?

«Durante una pandemia non è mai semplice, perché bisogna buttare il cuore oltre l’ostacolo. Non parlo soltanto dei medici, ma di tutto l’apparato tecnico, tecnologico, gli ingegneri, i manutentori: devono farsi un po’ coraggio perché cose che prima magari avevano bisogno di una settimana di permessi e autorizzazioni, ora vanno fatte in due giorni».

Troppa burocrazia?

«Sicuramente questa è la parte forse più difficile che ho trovato qua. Forse perché in un ospedale molto più grosso, le procedure di emergenza sono più snelle. Qui le procedure di attivazione sono un pochettino più macchinose, per il fatto che non si sono mai dovuti trovare, per fortuna, davanti a situazioni del genere».

Come superare questo limite regionale?

«Per agevolare certe pratiche, secondo me quello che si può fare è creare delle unità speciali, unità di crisi fatte dalle varie componenti il sistema sanitario».

Andrebbero quindi costituite unità di crisi?

«Esistono proprio per questo. Se c’è da spostare una rianimazione, ad esempio, ci si ritrova tutti i vari capi, dal tecnico al sanitario all’infermieristico, e si trova una soluzione insieme».

Sarebbe fattibile anche in piccole realtà?

«Sicuramente è più facile farlo in un ospedale che ha sul posto tutte le maestranze, piuttosto che in uno più piccolo, che deve per forza contare su forze che si trovano altrove».

C’è qualcosa da cui è rimasto sorpreso?

«Ho trovato un grande affetto, anche da parte dei parenti dei pazienti con cui ho parlato, purtroppo solo telefonicamente. Qui si avverte davvero una grande partecipazione della popolazione, perfino nell’hotel dove siamo: tutti estremamente ospitali e affettuosi. Sì, siamo qui per dare una mano, è vero, ma non pensavo di trovare questo calore».

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