CORONAVIRUS

Mecocci, Geriatra: «Scegliere chi salvare dal virus in base all'età è un'altra forma di razzismo»

Domenica 25 Ottobre 2020 di Patrizia Mecocci*
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In Svizzera chiudono la terapia intensiva a chi, colpito da Covid,  ha più di 85 anni oppure 75 anni in presenza di qualche altra patologia. Lo ha detto l’Accademia Svizzera delle Scienze Mediche. Lo ha messo nero su bianco. In altri Paesi, compresa l’Italia, sul dilemma di chi trattare si decide al momento e quando la situazione diventa  drammatica la scelta appare obbligata. 
Vista attraverso gli occhi dell’emergenza sembra una scelta ovvia, anche se ciascuno sente e sa che è profondamente ingiusta.
Ma da geriatra, da figlia di genitori ormai anziani, da cittadina di un Paese che si dice, è, deve essere democratico non posso non chiedermi perché siamo arrivati a questo punto, perché come società che si definisce civile l’anziano è diventato invisibile, un peso, qualcuno di cui, benché a malincuore, possiamo disfarci.
Nell’emergenza prevale l’opinione che sia ovvio e ineluttabile che debba essere il più fragile quello che deve essere abbandonato, ma accettare con rassegnazione questa visione del mondo significa accettare l’idea che possiamo tornare indietro, addirittura fare a meno della nostra civiltà.
In Italia ci sono quasi quattro milioni e mezzo di ultraottantenni, ventisette milioni in Europa eppure la percezione che si ha di loro oscilla dalla finta affettuosità (“i nonnini”  parola così fuori luogo e fastidiosa quando la vedi usare nei titoli dei giornali o nei servizi televisivi … “nonnino a chi”, mi viene sempre da dire) al fastidio e all’irritazione (“i vecchi sono un impiccio”).
Che cos’è che non ha funzionato e non sta funzionando nella nostra cultura se non riusciamo a considerare come parte integrante della nostra società, della sua storia e del suo futuro la persona anziana di oggi, ciò che noi saremo domani?
L’immagine della vecchiaia non  è mai stata particolarmente attraente in nessuna cultura perché riflette la paura che inevitabilmente abbiamo nel proiettare noi stessi nell’idea di fragilità, non autosufficienza, bisogno degli altri ma oggi, in un mondo sempre più tecnologico, votato all’efficienza ed alla velocità di azione, la vecchiaia ci appare ancor più intollerabile.
E di tutti gli –ismi che ci portiamo dentro, dal razzismo al sessismo, l’ageismo (la discriminazione che facciamo di una persona solo in base alla sua età) è quello spesso più inconfessabile e subdolo ma presente e pervasivo in tante scelte che si fanno passare come necessarie ma che sono figlie di un sostanziale disinteresse per le persone anziane.
Possiamo accettare come inevitabile l’idea che se sei vecchio non devi essere trattato in rianimazione?
 O dobbiamo invece guardare questo aspetto da un altro punto di vista e chiederci: perché non ci sono sufficienti posti in rianimazione? Perché troppe persone arrivano in gravi condizioni in ospedale? E’ stata supportata, non solo in questi ultimi mesi ma da tanti anni, la medicina del territorio?  Oggi si potrebbero curare prima, e quindi meglio, le persone a casa invece di aspettare che stiano così male da avere necessità dell’ospedale?
Se la salute è un diritto (o vogliamo convincerci che non lo è più?)  fino a quando dura?  Termina al compimento dell’ottantacinquesimo anno? Addirittura a settantacinque se hai la sfortuna di non essere arrivato alla vecchiaia sano come un pesce?
Siamo in un momento critico della Storia, della Storia del mondo e quindi di tutta l’umanità. E dobbiamo fare scelte di umanità che ci devono impedire di fare passi indietro, di giustificare l’ingiustificabile, di accettare l’ingiustizia in nome della necessità.
La civiltà non ammette deroghe, la solidarietà non ammette sospensioni temporali. Quando è accaduto, anche nel recente passato, siamo finiti nel buio e nell’orrore.
Ora ci vuole più impegno di prima perché la situazione è molto difficile ma proprio per questo dobbiamo agire con intelligenza, con competenza, con professionalità perché non possiamo, non dobbiamo accettare di lasciare indietro i più deboli.
A dieci anni vidi in televisione un film che raccontava la dura vita di una tribù di eschimesi. In una scena straziante il figlio lascia la vecchia madre a morire tra i ghiacci perché nel villaggio non c’era più cibo sufficiente per tutti. Immagini in bianco e nero che mi sono sempre rimaste nella memoria, dolorose ogni volta che ci penso. E che non vorrei rivedere tradotte in altri tempi ed in altre storie.

*Professore ordinario di Gerontologia e Geriatria dell'Università di Perugia, Direttore della Struttura complessa di Geriatria dell'Azienda ospedaliera di Perugia, Presidente nazionale dell'Accademia di Geriatria, Visiting professor presso  il Karolinnska Institutet di Stoccolma, Svezia.

Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 07:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA