CORONAVIRUS

Test rapidi, l'inchiesta della finanza in 10 domande

Sabato 30 Maggio 2020 di Luca Benedetti e Michele Milletti
PERUGIA - Sono dieci, secondo quanto risulta al Messaggero, i quesiti che la Guardia di Finanza ha inviato in Regione per l’acquisizione di documentazione sul procedimento erariale che riguarda i test rapidi acquisiti in piena emergenza pandemica con l’intermediazione di una ditta di Città di Castello.
Dieci quesiti messi in fila dagli uomini del Nucleo di polizia economico-finanziaria delegati dalla procura contabile regionale (capo procuratore Rosa Francaviglia) per sciogliere il dubbio sull’acquisto di 30 mila test rapidi.
Un acquisto da circa 300mila euro avvenuto in via diretta di 15 mila test Coranavirus Covid-19 rapidi immunologici cromatrografici a flusso laterale e di altrettanti 15 mila testa molecolari acquistati sempre in via diretta.
Tra l’acquisizione di documenti per cui si sono mosse le fiamme gialle c’è la domanda (che diventa un dubbio) come mai la Regione abbia chiesto l’intermediazione della società di Città di Castello senza passare per l’acquisto diretto dal produttore.Ma non solo. Per capire la necessità di andare sul mercato per via diretta e la bontà dei test rapidi acquistati, c’è anche la richieste di ottenere la relazione dell’Istituto di microbiologia su 1180 pazienti, dati che erano stati, in seguito resi noti dalla Regione. Con in aggiunta il grado di qualità, attendibilità e affidabilità per una valutazione di diagnosi virologica.
Sul fronte dei test molecolari, altri 15 mila pezzi, la guardia di finanza delegata per le indagini dalla Procura regionale della Corte dei Conti chiede, vuol conoscere, tra l’altro, anche la corrispondenza tra ente e fornitore e tutti gli atti riferiti alle trattative che hanno proceduto l’affidamento diretto della fornitura.
BOTTA E RISPOSTA
Intanto ieri mattina la vicenda dei test rapidi e anche dell’ospedale da campo(anche in questo caso ci sono in atto accertamenti della magistratura contabile) sono stati tra gli argomenti per cui i consiglieri regionali di minoranza Tommaso Bori, Michele Bettarelli, Simona Meloni (Pd), Thomas De Luca (M5s) e Vincenzo Bianconi (gruppo Misto) hanno protestato a Palazzo Cesaroni per denunciare la «mancanza di chiarezza e trasparenza da parte della Giunta regionale e della maggioranza in Consiglio, dovuta alle non-risposte alle loro interrogazioni e richieste di accesso agli atti». Davanti all’ingresso del Palazzo hanno mostrato cartelli con scritte le «richieste inevase»: «quanti dispositivi di protezione sono stati acquistati?» (interrogazione del 31 marzo scorso), «Tesei chiarisca su test rapidi e ospedale da campo» (istanza di accesso agli atti del 5 aprile)».
A breve giro è arrivata la riposta del gruppo consiliare della Lega. «Se i gruppi di minoranza pensano che la governatrice Donatella Tesei e i suoi collaboratori non abbiano altro da fare che rispondere alle loro interrogazioni e provvedere alle richieste di accesso agli atti pervenute, allora vuol dire che non hanno ben compreso la situazione straordinaria che sta vivendo la Regione Umbria e la mole di lavoro a cui è sottoposta l’intera Giunta e gli uffici preposti. Il Governo regionale - rimarcano gli esponenti leghisti - è chiamato a rispondere alle esigenze improcrastinabili del territorio, soprattutto in una fase di ripartenza in cui le tempistiche possono risultare fondamentali» © RIPRODUZIONE RISERVATA

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