Confindustria: «Partire subito con la Fase2
le imprese sono pronte, ecco perché»

Antonio Alunni presidente di Confindustria Umbria
di Italo Carmignani e Fabio Nucci
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Martedì 14 Aprile 2020, 10:51

PERUGIA Con perdite “preoccupanti” di fatturato all’orizzonte, l’industria umbra chiede di superare il blocco totale ripartendo dov’è possibile garantire le condizioni di sicurezza. Non per una questione di profitto, ma per una questione di tenuta dell’economia regionale che rischia di perdere posizioni che non sarà facile recuperare. Il presidente di Confindustria Umbria, Antonio Alunni, parte da qui per affrontare una fase due dell’emergenza sanitaria da far partire subito. Perché la sicurezza può convivere col lavoro e la ripartenza è compatibile con le minori criticità da affrontare qui rispetto al resto del Paese. A patto di essere rapidi e determinati.
Presidente Alunni, come valuta l’impatto del blocco sull’economia umbra?
«Le conseguenze sono pesantissime, specie per un sistema come il nostro che già usciva da un periodo non facile. Questa chiusura che si sta prolungando sta danneggiando alcuni comparti in modo rilevante, a partire da quelli più votati all’esportazione che si vedono limitati nella possibilità di operare sui mercati, lasciando spazio a concorrenti esteri che invece sono operativi. Tra i paesi occidentali siamo stati gli unici a fare un blocco totale delle attività, ad eccezione di quelle essenziali o strategiche o collegate».
Gli “altri” per chi producono se la domanda è crollata?
«La domanda non c’è in Italia perché è ferma l’attività commerciale, ma all’estero non è così. Prendiamo il tessile nel quale l’Umbria presenta punti di eccellenza. Ci sono tempi che fissa il mercato e la chiusura del comparto sta causando danni enormi e non solo per un problema di giorni persi: si rischia di perdere un’intera stagione. Lo stesso vale per altri settori, dagli arredamenti alla meccanica. Se nel resto del mondo le imprese sono aperte, i nostri spazi li prendono altri e non sarà facile recuperarli».
Come Confindustria avete valutato tali conseguenze?
«Stiamo completando uno studio che abbiamo realizzato tramite un’indagine interna tra gli associati. Darà una dimensione delle aspettative di variazione del fatturato previsionale del 2020, rispetto al 2019, nei settori merceologici nei quali la nostra manifattura opera. Posso anticipare che le cifre sono molto preoccupanti: perché non si tratta solamente di togliere aritmeticamente uno, due mese di fatturato».
Come considera la programmazione della “fase due”?
«Avremmo dovuto lavorarci da tempo e su questo abbiamo insistito molto a livello nazionale anche perché non è realistico pensare che al 3 maggio ci sia una situazione profondamente diversa da oggi, con nuovi contagi pari a zero. Non si può rimandare la ripartenza di un altro mese, di un altro giorno: fase due significa abituarsi a convivere con tale situazione per un periodo di tempo legato ad esempio alla ricerca di un vaccino. Non possiamo pensare che un Paese resti fermo per mesi: quello che si può fare tra due-tre settimane si può fare già oggi».
In che modo?
«Partendo dalla salute e sicurezza dei lavoratori, principio sul quale non ci sono considerazioni da fare se non garantirne il massimo rispetto. Pensiamo che nelle fabbriche, utilizzando le disposizioni previste nel protocollo d’intesa sulla sicurezza firmato con le parti sociali, sia possibile lavorare in sicurezza. Come avviene in altre parti del mondo, vedi Germania, dove le fabbriche, con le ovvie limitazioni, sono aperte: si potrebbe fare anche qui. Auspico un ravvedimento del Governo per far iniziare la fase due prima, dove è possibile».
Superando quindi il meccanismo dei codici Ateco
«Il tema è se la fabbrica è in sicurezza e se i dipendenti possono lavorare in sicurezza. Come regione, poi, abbiamo delle situazioni di vantaggio rispetto ad altre parti d’Italia perché non viviamo in un’area metropolitana di grandi dimensioni dove per arrivare al posto di lavoro occorre prendere metropolitana e solo una parte limitata usa i mezzi pubblici, non ci sono situazioni di forte preoccupazione. Certo, occorre far si che le condizioni di sicurezza esistano, ma è interesse dell’azienda tutelare i dipendenti che diversamente non andrebbero a lavorare».
Anche intervenendo sull’organizzazione del lavoro
«Il protocollo va in tale direzione, prevedendo smart working dove possibile, una riduzione nel flusso dei lavoratori, mantenendo spazi di sicurezza e distanze tra operatori. Finalmente abbiamo superato anche l’incredibile problema della mancanza di mascherine che ha impattato nella fase iniziale. Non si può aspettare il 3 maggio: stiamo pregiudicando la sopravvivenza di una parte importante del tessuto economico e produttivo che non potremo recuperare per decreto».
Ha senso una ripresa differenziata, considerando le interconnessioni con altre regioni e l’estero?
«In Umbria l’emergenza sanitaria è stata gestita bene e c’è una criticità minore. Poi è chiaro, se un’impresa ha un fornitore in Lombardia tutto resta fermo, ma per alcuni non si può pregiudicare tutto il resto: ognuno troverà le soluzioni più opportune. Quello che stanno facendo i nostri clienti: se l’Italia non può rispondere vanno da altre parti. Molte aziende sono obbligate ad essere ferme mentre potrebbero lavorare in condizioni di massima sicurezza senza pregiudicare il loro bilancio che alla fine rischia di gravare sulle spalle dello Stato».
Cosa possono fare le imprese per accelerare la ripartenza?
«Le nostre imprese sono pronte e chi non lo è dovrà lavorare su questo. Come Confindustria Umbria abbiamo supportato le aziende su tutti i fronti per metterle in condizione di gestire le problematicità sul fronte liquidità o su quello delle relazioni col personale, visti i livelli preoccupanti di Cig. Il problema è metterle in condizione di poter lavorare dove ci sono le condizioni per poterlo fare e controllarle: la salute prima di tutto».
Non c’è un trade-off profitto-sicurezza.
«È un racconto sbagliato che qualcuno strumentalmente sta facendo: la sicurezza non si scambia con nulla ma si può far convivere con il lavoro che si rischia di perdere, dissipando le posizioni acquisite negli ultimi anni. A ognuno le sue responsabilità: se vogliamo ragionare di cosa fare, allora bisognava fare come la Germania: decuplicare la produzione di tamponi, attrezzare i laboratori all’esame di quantità enormi, acquistare reagenti, produrre dispositivi di sicurezza. Siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa e non trovo plausibile fermarsi perché non abbiamo abbastanza mascherine: dopo due mesi stiamo ancora discutendo su come certificare quelle prodotte. Le imprese vanno messe in condizione di acquistare dispositivi di protezione e le persone di verificare se sono infettate o no e questo riguarda lo Stato: non si può chiudere perché mancano le mascherine. I danni sono incalcolabili e non sarà solo una questione per le aziende private quando dovremo registrare un calo dei fatturati del 20-30% e una domanda globale in forte contrazione. C’è ancora la possibilità che si possano creare spazi: ma dovremo essere rapidi e determinati a coprirli».

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