CORONAVIRUS

Assisi ricorda Bartali. Il vescovo: «L'Italia riparta dal suo esempio»

Martedì 5 Maggio 2020
ASSISI - A venti anni dalla morte, Assisi ha ricordato Gino Bartali. Il vescovo, monsignor Domenico Sorrentino, ha cleberato una messa nella nella cappellina privata del campione all'interno del "Museo della Memoria, Assisi 1943-1944".
«L’Italia riparta sull'esempio di Gino Bartali», ha detto tra l'altro il presule. «Questo tempo- ha detto tra l'altro Sorrentino- ci sta tanto provando, ma ci sta anche regalando una nuova possibilità di riscoprire la famiglia, la solidarietà, la premura degli uni per gli altri. Impariamo anche da Gino Bartali, a venti anni dalla morte. Egli ha ancora tanto da dire. E a me piace vederlo sulla sua bicicletta in qualche maniera come se ci dicesse: ‘Ripartiamo tutti, tutta l’Italia da questa cappellina ritroviamo le radici della nostra fede, le radici dell’amore, della solidarietà e ripartiamo. Mettiamoci tutti in bicicletta’».  «Sono sicuro- ha detto Sorrentino- che ce la faremo con l’aiuto di Dio . Spero proprio che il suo messaggio possa dare alla nostra vita uno spirito di solidarietà, di speranza, di bene».
Il vescovo ha ricordato le staffette della salvezza tra Assisi e Firenze, che Bartali fece per trasportare nella canna della bicicletta documenti falsi per gli ebrei. «In quel periodo ad Assisi c’erano nostri fratelli e sorelle ebrei che erano costretti a stare in casa, come siamo costretti oggi noi per difenderci da questo nemico insidioso e invisibile che è il coronavirus, facciamo l’esperienza della prigionia, della reclusione. Loro lo dovettero fare, gli ebrei perché, questa ideologia veramente incredibile della quale non ci vergogniamo mai abbastanza, aveva messo la loro vita a repentaglio. E lui, Bartali divenne per loro un salvatore insieme con tanti: il vescovo Nicolini, il suo segretario Don Aldo, padre Niccacci, i tipografi Brizi, le suore di questa città che accolsero gli ebrei. Si misero tutti in gioco. E così deve fare un cristiano, e così deve fare un uomo per essere degno di questo nome: perché – ha concluso monsignor Sorrentino - non possiamo essere davvero noi stessi se non  aprendoci e diventando capaci di solidarietà». Ultimo aggiornamento: 18:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA