Assalto alla villa di Serse Cosmi:
nove anni dopo le condanne

Lunedì 2 Dicembre 2019 di Enzo Beretta
PERUGIA - Quasi nove anni dopo l’assalto alla villa di Serse Cosmi la Cassazione mette il punto. Confermate le condanne inflitte dalla Corte d’appello di Perugia ai rapinatori albanesi Gezim Kuka, Altin Hoxha (‘Occhi di ghiaccio’) e Artan Doda leggermente ritoccate al ribasso poiché i magistrati di Piazza Cavour hanno cassato il reato di sequestro di persona. Perciò, le condanne sono state abbattute di 18 mesi: 11 anni e sei mesi di reclusione, pena definitiva, per Kuka (prima erano 13), dieci e mezzo per ‘Occhi di ghiaccio’ (12 prima) e cinque anni per Doda (anziché 6 e mezzo). 

L’inversione di marcia, in questo processo, l’ha data la Corte d’appello di Perugia ribaltando la sentenza del tribunale che aveva assolto i sei imputati. Nel novembre dello scorso anno sono arrivate tre condanne, pesanti, e confermate le tre assoluzioni per Leo Ndreu, Gjolek Ballshani e Andi Dobrozi. 
La banda era ritenuta responsabile di aver fatto irruzione nella casa del tecnico e in altre ville. In aula Serse Cosmi ha ricostruito le drammatiche fasi dell’assalto del 19 gennaio 2011 a Brufa quando fecero irruzione nel cuore della notte a casa sua i balordi col volto travisato dal mefisto e dal passamontagna: l’allenatore venne picchiato e rinchiuso in un locale della villa, minacciato con la pistola e la chiave inglese.

A dare impulso alla sentenza della Corte d’appello è stato il ricorso dell’avvocato Michele Nannarone: «Nel processo di primo grado sono stati tralasciati elementi, sorvolati dettagli importanti, il risultato che ha conferito inattendibilità alle dichiarazioni è evidentemente il frutto di un errore dei giudici nella valutazione globale delle prove. Non ci sono dubbi sul fatto che gli autori della rapina a Brufa siano loro e le nostre questioni non sono state adeguatamente valutate dal tribunale che ha ragionato in modo sbrigativo». E ancora: «Noi contestiamo le argomentazioni mediante le quali il tribunale ha negato credibilità alle dichiarazioni delle persone offese, sulla base di un’asserita difformità tra la versione fornita in dibattimento e quelle precedenti rese dinanzi alla polizia. Non sono condivisibili. Non viene preso in considerazione l’aspetto più importante – ha spiegato il legale di parte civile – cioè che le vittime dopo aver riconosciuto gli imputati nell’album fotografico in questura hanno indicato in aula le foto degli iniziali sospettati. Più prova di questa? Se poi parliamo di corporatura e altezza le anomalie sono di pochi centimetri. Le affermazioni delle vittime in fase dibattimentale non sono il frutto di una suggestione, come ritiene il tribunale, bensì il risultato naturale di un’operazione di ricostruzione mnemonica». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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