12 novembre 2012. Dieci anni fa l'alluvione che mise in ginocchio Orvieto, il ricordo dei protagonisti

12 novembre 2012. Dieci anni fa l'alluvione che mise in ginocchio Orvieto, il ricordo dei protagonisti
di M.R.
8 Minuti di Lettura
Sabato 12 Novembre 2022, 11:21 - Ultimo aggiornamento: 14:25

12 novembre 2012 - 12 novembre 2022. Dieci anni fa l'alluvione, l'esondazione del fiume Paglia, una delle pagine più difficili della storia orvietana. Era un lunedì mattina, la domenica aveva piovuto tutto il giorno, e per tutti la sveglia suonò molto presto perché intorno alle 7 il fiume era esondato e aveva trascinato con sé tutto quello che le acque impetuose avevano trovato sul proprio cammino mettendo in ginocchio la città, che fortuna volle, nella tragedia commerciale che ne derivò, non dovette piangere nessun cittadino.

A dieci anni da quel giorno i ricordi di alcuni dei protagonisti che in quei giorni non smisero mai, ognuno nel proprio ruolo, di darsi da fare: Giuliano Santelli, allora responsabile della Protezione Civile, l'ex sindaco Antonio Concina e Claudio Margottini, allora assessore alla Protezione Civile, Ambiente.

Il ricordo di Giuliano Santelli. «Da giorni pioveva con grande intensità, il sistema di protezione civile comunale di Orvieto aveva aperto la sala operativa della Caserma Piave dal pomeriggio dell’11 novembre, gli occhi incollati al computer per verificare i livelli del Paglia e Chiani, allora non avevamo i dati dei loro affluenti, né i dati degli idrometri di del Lazio e della Toscana. Il Paglia cresceva ma sembrava come altre piene, tutto nella norma. Stabiliamo di rimanere in allerta anche la notte. Il turno capita a me, allora responsabile della protezione civile comunale e a Mario Gaddi. Controlliamo l’andamento della situazione, ma qualcosa non ci convince, non arriva il dato del livello Paglia da Proceno, il livello del Paglia ad Orvieto segna un costante 6,28, sono le 5 del mattino del 12 novembre, decidiamo di andare sul ponte dell’Adunata per verificare la situazione direttamente. Mario rimane sul lato del ponte di Orvieto Scalo io mi avvio in direzione Ciconia. Ci rendiamo immediatamente conto che l’idrometro è a oltre 7 metri, limite che allora significava chiusura del transito. Mario mi chiama mi dice di tornare immediatamente dalla sua parte, il Paglia sta esondando dalla parte di Orvieto Scalo, all’altezza del vivaio. Chiamiamo l’allora dirigente del comune, l'ingegner Mario Mazzi, avvisiamo il comandante della polizia locale, il colonnello Vinciotti, Mazzi avvisò invece il sindaco Toni Concina e i Vigili del Fuoco. Non potevamo avvisare i cittadini, non avevamo ancora allora il sistema di allertamento della popolazione Alert-Sistem, chiamammo i nostri volontari, il responsabile della protezione civile della Provincia Gian Paolo Pollini. Il Paglia esondava dal sottopassaggio dei laghetti in piazza della Pace, il Parcheggione e l’area degli spettacoli viaggianti diventano un lago, nella zona di via Monte Peglia, allaga la zona degli alberghi dello Scalo, la zona artigianale di Santa Letizia. Scuole chiuse, Ospedale Isolato, collegato da Orvieto Scalo con un elicottero dei Vigli del Fuoco, la loro caserma allagata, chiusa via Angelo Costanzi in direzione autostrada, la case popolari di via Stornelli allagate. Dalla Fortezza dell’Albornoz Orvieto Scalo sembra un lago. Scatta la solidarietà con decine di volontari provenienti da tutta l’Umbria, studenti, cittadini orvietani lavorano fianco a fianco con la protezione civile, a don Marco Gasparri e i ragazzi della Caritas assegniamo l’area delle case popolari. Proviamo ad organizzarci, mandiamo dei volontari presso la caserma della Polizia Stradale anche essa allagata. I tecnici del comune iniziano a svolgere sopralluoghi coordinati dall’Ing. Sacco Roberto, gli uomini del Centro Servizi manutentivi con Domenico Bonasera si rendono immediatamente disponibili. Si organizza presso la caserma Piave il punto avanzato dei Vigili del Fuoco, per giorni si lavora senza pausa, garantendo vitto e alloggio per tutti i volontari provenienti da altre Città della Regione. In Comune arriva la Presidente Marini, con Lei si fa il punto della situazione, si stabiliscono procedure e primi aiuti per i danni. Con la grande competenza dell’assessore Claudio Margottini si ricostruisce tutto lo scenario che ha determinato questa tragedia, fortunatamente senza vittime. La sua professionalità ha permesso di capire le reali responsabilità dell’accaduto e definire le prime necessarie opere di ripristino. Ma non è questo il tempo di polemiche. Una nota personale: quando accade una grave calamità si cerca sempre un capro espiatorio, Claudio Margottini ha dimostrato che con i dati in nostro possesso non avremmo potuto fare di più, lo ringrazio, come ringrazio Toni Concina e Mario Mazzi per come hanno saputo difendere il sottoscritto e gli uomini e le donne della Protezione Civile dalle polemiche strumentali di quei giorni».

Il ricordo dell'ex sindaco Antonio Concina. «12 novembre 2012. Mi svegliò all’alba Mario Mazzi, all’epoca ingegnere capo del Comune, non al telefonino (che era spento, come faccio di solito la notte), ma suonando il campanello di casa. Un suono insolito, data l’ora, che mi fece ovviamente saltare dal letto. “Sindaco, una tragedia, il Paglia ha tracimato e la piana è completamente allagata". Di corsa in macchina. E di corsa in cima alla Confaloniera, per avere uno sguardo allargato. Spettacolo spaventoso. Davvero inimmaginabile. La piana era tutta un grande lago e la sensazione del disastro fin troppo evidente. Giù di corsa alla rotatoria della stele Livio Orazio Valentini. Acqua da tutte le parti. Fortunatamente tutto era successo con le scuole e gli esercizi commerciali ancora chiusi. E sembrava non ci fossero morti. Valutazione sommaria dei danni e coinvolgimento delle autorità provinciali e regionali. Esperti al lavoro per individuare la cause (antiche) e pianificare gli interventi urgenti. Radio e televisioni in arrivo. 

Sopralluogo al Ponte dell’Adunata, molto a rischio per l’accumulo di materiali sulle arcate. Livello delle acque ancora in crescita. Ospedale isolato. Permesso solo alle ambulanze un transito, lentissimo. E le automobili in sosta nel parcheggione della stazione completamente sotto acqua. Danni davvero seri. I magazzini di via Angelo Costanzi irrimediabilmente perduti. Una tragedia. Mille tragedie, per la città e per i cittadini. Finchè lentamente le acque cominciarono a defluire  e il pericolo di ulteriori danni cessò. E cominciò subito una straordinaria solidarietà tra tutti i cittadini. Angeli del fango dovunque, coordinati alla perfezione dagli uomini e dalle donne della Protezione Civile. A scavare, recuperare quello che era possibile.  E la vita ricominciò a scorrere, con rassegnazione ma con fiducia e speranza. Il barbuto Gianni, giorni dopo, mi regalò una piccola figurina di gesso, un piccolo angelo del presepio, recuperato chissà dove e chissà da chi nel fango. Da allora è sempre qui davanti a me, nella mia scrivania di casa. Eterno ricordo di una giornata terribile, che Orvieto non dimenticherà mai».

Il ricordo dell'ex assessore Claudio Margottini. "L’alluvione di Orvieto del 12 Novembre 2012 ha messo in evidenza la fragilità dell’ecosistema Paglia e la necessità di nuove ed urgenti misure per la messa in sicurezza del territorio. Tale fragilità naturale si trasforma ovviamente in catastrofe, quando impatta in un territorio urbanizzato in palese contrasto con le dinamiche morfologiche, idrologiche ed idrauliche del fiume. Ricordo soltanto, nel caso della città di Orvieto, i rilevati autostradale e ferroviario, aventi un tracciato longitudinale al fiume Paglia, e che rappresentano da un lato una barriera nei confronti degli allagamenti del fiume Paglia e dall’altro un ostacolo al deflusso delle acque degli affluenti di destra dello stesso Paglia. A questi si aggiungono i sottopassi e tombini esistenti i quali, da un lato garantiscono una ridistribuzione dei flussi idraulici ma, come nel caso del 2012, sono stati lo strumento di deflusso della piena dal fiume Paglia verso le aree urbanizzate di Orvieto scalo. 
L’origine delle criticità del 2012 è sicuramente da imputare a scelte urbanistiche locali basate su una limitata conoscenza scientifica ed una scarsa lungimiranza politica, senza voler necessariamente parlare di interessi non trasparenti. La mancanza di lungimiranza politica è però evidente anche a livello centrale perché è soltanto dopo la tragedia di Sarno, nel 1998, che si tenta, finalmente, di applicare la legge n.180 del 1989 sulla difesa del suolo; perché le norme, i piani ed il ruolo delle autorità di bacino sono stati lentamente resi ininfluenti; perché non è stata in grado di stabilire una gerarchia ed una sintesi di responsabilità sul territorio, di fatto vanificando quanto previsto dalla legge 180 del 1989. La colpa non è comunque solo dei decisori politici del passato, sia locali che nazionali, ma anche di una conoscenza scientifica in continua evoluzione e mai definitiva e di una legislazione che si aggiorna, a livello nazionale, disastro dopo disastro, ma che non è in grado di stabilire regole e piani certi nello sviluppo di medio-lungo periodo del territorio. Tali elementi di incertezza si ravvisano anche nelle politiche di messa in sicurezza del bacino del Paglia dopo l’alluvione del 2012: è palese la frammentazione delle competenze nella tutela del bacino, la incapacità degli enti preposti a sviluppare una politica di protezione del paesaggio naturale, delle infrastrutture e dei cittadini in equilibrio con l’evoluzione naturale dell’ambiente idraulico, la necessità di aggiornamenti pianificatori e procedurali che garantiscano una equilibrata gestione del territorio.
Un tentativo di sintesi, almeno per quanto attiene alle politiche di finanziamento, venne effettuato nell’ultimo decennio con il programma Italia Sicura che, raccogliendo ed armonizzando i molti dati ISPRA, fu in grado di stabilire un quadro nazionale di criticità e risorse necessarie. Purtroppo anche questa struttura, con il cambio dei governi, cessò la propria funzione.
In conclusione, sono passati 10 anni dall’alluvione del 2012, molte altre ve ne sono state in Italia, ma una chiara legislazione e dotazione tecnica, che parta dal livello centrale per poi essere trasferita agli amministratori locali ancora manca. Basti pensare ai Piani per l’Assetto Idrogeologico, strumento iportante realizzato dalle autorità di bacino, oggi di distretto, i quali alla luce dei cambiamenti climatici in atto necessiterebbero di un fondamentale aggiornamento su tutto il territorio nazionale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA