“Il più grande sogno” su Amazon Prime Video, Mirko Frezza: «Io mi sono inventato un'altra vita, ma in periferia il futuro non esiste»

Giovedì 14 Maggio 2020 di Francesca Nunberg
«In periferia, che è quella che interessa a me, so’ tutti Archimede, pure a sei anni giochi coi giocattoli rotti, campi con 100 euro a settimana, la vita te la devi inventa’ giorno per giorno». Mirko Frezza dice così, e non sai se sta parlando quello vero o quello del film, ma tutta questa differenza poi non c’è. Per chi non l’ha visto o per chi lo vuole rivedere, Mirko Frezza, 42 anni, è il protagonista del film “Il più grande sogno” adesso disponibile nel catalogo Prime Video di Amazon con 102 Distribution. Il lungometraggio del 2016 che ha segnato l’esordio alla regia di Michele Vannucci oltre che da Frezza è interpretato da Alessandro Borghi, Vittorio Viviani, Milena Mancini, Ivana Lotito, Ginevra De Carolis e Crystel Frezza. Presentato al Festival di Venezia 2016 nella sezione Orizzonti, tra gli altri riconoscimenti ha vinto il 3 Future Award ai David di Donatello 2017 e il Premio Solinas Experimenta. La storia è quella del 39enne Mirko, appena uscito dal carcere, che prova a inventarsi un futuro diverso nella periferia di Roma dove abita, a La Rustica. Eletto in modo improbabile presidente del comitato di quartiere, con un padre delinquente, una compagna e due figli poi tre, decide di cominciare un’altra vita per sé, la sua famiglia e la sua borgata.

Reclusione e lockdown, dentro e fuori: vede delle analogie tra il film e la situazione che viviamo in questi giorni. Come sarà l’uscita?
«Peggio di prima. Tutti dicono che il tasso di criminalità si è abbassato, io dico di no e che questa è solo la quiete prima della tempesta. Chi rubava, ruberà di più. Chi spacciava, farà le rapine. I reati aumenteranno e saranno peggiori. Chi è intelligente potrà pure provare a reinventarsi. Ma in periferia si è abituati all’incertezza del domani. Non hai mai una prospettiva del futuro. Se non quando sei sotto stupefacenti, allora dici da domani cambio, da domani mi compro il furgone... Ma il futuro corrisponde alla realtà. Come nel film, dove i personaggi sono tutti veri, Boccione esiste, i ragazzi in piazza sono quelli. Anche il centro esiste davvero, l’ho creato io 5 anni fa...».

E cosa fate al centro, come si chiama?
«Associazione Casale Caletto, via di Cervara 200 a La Rustica. Il centro è quello che si vede nel film, ma anche molto di più. Perché Michele Vannucci, il regista, voleva raccontare la storia del mio riscatto, il desiderio di paternità: abbiamo fatto 125 ore di girato, c’erano dentro quattro film ma ne abbiamo montato uno. E ce l’abbiamo fatta solo perché tutta la troupe si è trasferita nel quartiere. Nel senso che a me a quel punto avevano dato gli arresti domiciliari, quindi abbiamo chiesto l’autorizzazione, uscivo per girare e tornavo a casa... Quando poi il fim è arrivato a Venezia mi sono preso un colpo. E' stato un macello, è successo tutto di corsa».

Torniamo a Casale Caletto: che fate?
«Diamo 1600 pasti al mese, 600 pacchi viveri ogni due settimane, abbiamo l’avvocato civilista e il penalista gratuiti, la dog therapy per i ragazzi autistici, il camper con i medici due volte al mese per aiutare gli anziani e visitare gli extracomunitari, quelli che abbiamo sistemato qui. E mica è finita: abbiamo rifatto 13.500 metri di asfalto, sistemato 172 appartamenti, ho fatto più io del sindaco di Roma...».

E la vita di prima?
«Sono stato in carcere otto anni per lesioni, tentato omicidio e estorsione. M’avevano pure fermato per spaccio nel ‘92 ma per 20 grammi di fumo... In latitanza ero stato alle Canarie dove avevo aperto un ristorante. Nel 2014, due anni prima del film, ho provato a reinventarmi la vita, anche se “ero convinto di morire a 33 anni come Cristo”. Mi seguivano i servizi sociali, una vecchietta mi ha preso nell’associazione e qui sono cresciuto, ho acquisito visibilità a livello politico, ho fatto del bene al quartiere».

Ma al cinema come è arrivato?
«Avevo conosciuto anni prima Alessandro Borghi, che era venuto a girare un film nel mio quartiere, ci eravamo scambiati i numeri, ci stavamo simpatici. Un bel giorno mi ha chiamato per chiedermi se volevo partecipare a un documentario al Centro Sperimentale, doveva esserci Fantastichini che però poi non ha più potuto, così il ruolo del padre l’ho fatto io... È stato superpremiato, era il diploma di Vannucci. E subito dopo Borghi gli ha detto: perché non raccontiamo la vita di Mirko?».

Non facile come racconto...
«No, anche perché io sono stato in collegio dai 6 ai 14 anni e quando sono uscito ho scoperto che mia madre gestiva delle case di appuntamento, così ho cominciato a fare la vita di quartiere. Poi è successo tutto il resto... Quando è arrivato il cinema da due anni facevo il bravo al centro, ero riuscito pure a chiudere le zone di spaccio, ma poi appunto il film doveva raccontare un aspetto particolare della mia vita. E dopo quello ho fatto altri 11 film, l’ultimo “A mano disarmata” con la Gerini, adesso continuo con Rocco Schiavone, siamo alla quarta serie, dovevo girare un altro film in Veneto, poi la serie “Vesuvius” a Napoli con Antonello Di Leo, ma per ora tutto è rinviato».

E dove sta passando questa quarantena ormai quasi finita?
Mirko Frezza risponde al cellulare dal supermercato dove sta facendo la spesa con i figli: «Mi sbrigo, devo solo ritirarla, l’avevo ordinata... Cercavo pace e serenità, per cui mi sono trasferito a San Giacomo di Spoleto, dove vivo con mia moglie e i miei tre figli. Tutti e tre con la stessa donna, ma perché ha il corpo di Heather Parisi e la testa della Sora Lella! Sono Michelle di 16 anni, che nel film è interpretata da Ginevra De Carolis, Crystel di 12 e Giampiero di 6, volevo chiamarlo Pietro come mio padre ma poi ci siamo accordati così...».
Ultimo aggiornamento: 16:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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