Masterchef, Irene Volpe: «Unisco l'arte alla tradizione di Roma»

Masterchef, Irene Volpe: «Unisco l'arte alla tradizione di Roma»
di Gloria Satta
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Sabato 6 Marzo 2021, 07:16 - Ultimo aggiornamento: 07:25

Chiusura sul podio, a Masterchef 10, per la ”Cenerentola di San Giovanni”: Irene Volpe, 22 anni, romana, è arrivata in finalissima, con il vincitore Francesco Aquila e Antonio Colasanto, al cooking show di SkyUno che quest’anno ha registrato gli ascolti più alti di sempre (un milione e 40mila spettatori medi, share al 3,87 per l’ultima puntata nonostante Sanremo). 

Cresciuta nel quartiere di San Giovanni, capelli multicolor e una laurea in design industriale, Irene ha conquistato i giudici chef Antonino Cannavacciuolo, Guido Barbieri e Giorgio Locatelli con i suoi piatti impeccabili ed esteticamente accattivanti, una grande tenacia e la sincerità che l’ha portata a rivelare in pubblico anche gli aspetti più intimi della sua vita, come i disturbi alimentari con cui ha dovuto fare i conti. 


Qual è stata la parte più difficile della competizione?
«La creazione del menu finale intitolato “Fuori di testa” e destinato a far emergere la parte più autentica, profonda di me. Sono abituata a progettare e ho realizzato le quattro portate dopo averle disegnate sulla carta». 

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Quando ha cominciato a cucinare? 
«Da bambina facendo crostate e biscotti con nonna Iole. Dopo essermi appassionata ai dolci e alla lievitazione sono passata al salato». 


Come le è venuta l’idea di partecipare a Masterchef? 
«A Pasqua 2020, durante la quarantena, un’amica mi ha taggato su un post di Cannavacciuolo che cercava concorrenti. Mi sono iscritta per gioco ed eccomi qui».

Quando ha sofferto di disturbi alimentari?

«Di recente, e non ne sono ancora uscita. Il problema mi ha accompagnato durante l’intero percorso di Masterchef, dove ho voluto mostrarmi per quella che sono: determinata ma anche fragile. Affrontavo le prove e poi, al momento dei pasti, il rapporto conflittuale con il cibo riemergeva. È un problema paradossale, adoro mangiare». 


La cucina l’aiuta a superarlo? 
«Certo. Sto cercando di capirne le ragioni profonde, sarà un percorso lungo e so che rimarrà sempre in me un angolo buio che dovrò dominare. Stare ai fornelli è molto importante e la magnifica esperienza di Masterchef mi ha fatto capire cosa voglio fare nella vita: cucinare». 

Ha già trovato lavoro? 
«Non ancora ma le opportunità non arrivano dal cielo, bisogna cercarsele. Vale anche per gli chef stellati... Sogno di integrare la cucina con l’arte. E, per Natale, vorrei creare una mia linea di panettoni». 


In che tipo di cucina si riconosce? 
«Amo i vegetali che considero il cibo del futuro. Mi piace spiazzare realizzando piatti non convenzionali: in gara ho fatto un dolce con la mozzarella, un antipasto zuccherato e messo il baccalà nel dessert. Sono per una cucina senza confini. I grandi chef ospitati dallo show mi hanno aperto un mondo». 


Mettendo in gara concorrenti di culture diverse, Masterchef ha esaltato il valore delle radici: quanto contano per lei? 
«Enormemente. Papà Sandro è romano, nonna viene dalla Sabina e mi ha trasmesso l’amore per la cucina della tradizione. Questo patrimonio è per me come un nido, legato a ricordi bellissimi e dolorosi. Ora voglio riproporre le radici della nonna reinventandole a modo mio».

 
Essere di Roma è importante nel suo lavoro? 
«Ovviamente. Se non fossi cresciuta qui e non avessi studiato, assorbito la bellezza della città non sarei mai arrivata dove sono».


Cosa ha preparato a casa per festeggiare l’arrivo in finale di Masterchef? 
«Quattro pietanze, ma i due piatti crudisti non sono piaciuti a tutta la famiglia. Allora ho fatto la colomba. E ho avuto l’unanimità». 

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