Lisette Oropesa nel film del Teatro dell'Opera su Rai3: «La mia Traviata sul set, un'opera da runner»

Il soprano Lisette Oropesa, 37 anni, nel film Traviata del Teatro dell'Opera di Roma
di Simona Antonucci
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«Di prima mattina, fresca e riposata, ho girato le scene sul letto, morente. E la sera, sfinita, cambio di abiti e parrucca, pronta alla sala da ballo. È stata un’esperienza unica, certo. Ma non facile. Quando abbiamo chiuso il set di Traviata, nuovo film del Teatro dell’Opera, ho avuto bisogno di scappare in Toscana per dieci giorni. A riposo, ho permesso alle emozioni di entrare. Ho elaborato tutto, ho pianto».

 

Il maestro Daniele Gatti

Una prova straordinaria, dice il soprano Lisette Oropesa, 37 anni, ma impegnativa persino per una vegana, runner, salutista come lei. Con una tabella di marcia da maratoneta, ha cantato, ballato, recitato, sedotto, sofferto, senza risparmiare mai la sua preziosissima voce (è considerata tra le prime al mondo), dando prova di capacità interpretative da diva di Hollywood, con applausi a scena “chiusa” del direttore d’orchestra Daniele Gatti e del regista Mario Martone.

Rai Cultura

Se il film-opera, girato e coprodotto da Rai Cultura (il secondo dopo il Barbiere), potesse partecipare a un festival (nel frattempo va in onda su Rai3 il 9 aprile alle 21,20), la bella Lisette, americana figlia di migranti cubani, sarebbe tra le candidate alla statuetta. La sua Violetta, bruna con la pelle chiara, come i ritratti di Marie Duplessis, personaggio che ispirò La signora delle camelie”, abbraccia così tante sfumature di femminilità e di bravura da aver incantato chiunque capitasse sul set al Teatro Costanzi, nel palco reale e in platea con il lampadario monumentale al centro della sala.

Santa Cecilia

Lisette Oropesa venerdì 16 aprile sarà di nuovo a Roma per partecipare al Gala di Belcanto di Santa Cecilia diretto da Pappano: alle ore 20.30 (prodotto da Rai Cultura in live streaming su Raiplay e in diretta su Rai Radio Tre), dalla Lucia di Lammermoor, al Don Pasquale con il giovane tenore Xavier Anduaga. E sempre diretta da Pappano inaugurerà in autunno la stagione della Royal Opera House di Londra con una nuova produzione di Rigoletto.

È la sua quarta Traviata in pochi mesi, dopo il Met di New York, Barcellona e Madrid. E l’ha anche appena incisa su un cd con il maestro Oren. Perché a Roma è stata così impegnativa?

«Le regie teatrali di solito sono in due dimensioni. Il pubblico è davanti a noi. Avere una telecamera sempre intorno è come avere spettatori che ti seguono ovunque. Sul palco, quando finisce una scena puoi rifugiarti in camerino. Con Martone invece abbiamo girato anche tante scene che solitamente non esistono. E senza seguire la sequenza musicale: una difficoltà interpretativa e vocale».

Quali complicazioni affronta una cantante rispetto a un’attrice?

«Verdi ha scritto Traviata pensando a un percorso vocale. Arriva alla fine dopo un viaggio musicale ed emotivo. Prendere quelle note è possibile perché prima ne hai cantate altre. Tra l’altro il maestro Gatti ha voluto eseguire la versione completa, senza i tagli di tradizione. Affascinante, ma più lunga».

Lei ha appena registrato un album di arie da concerto di Mozart, che esce il 9 maggio, e sta per prepararne un altro. La sala discografica non funziona come un set?

«Sto lavorando a un disco di brani del repertorio francese di Rossini e Donizetti: arie impossibili.com! Diciamo che il set è stato un buon allenamento».

Set o palco,  è faticoso convivere con un personaggio come Violetta?

«Dopo devi recuperare. È una donna impegnativa. Forte. E generosa, sa sacrficarsi per gli altri. Io la vedo così e credo che sia scritta così. Non è una vittima lacrimosa, ma una persona consapevole del suo passato e del suo futuro. È la musica che in alcuni momenti ti porta a piangere».

I film-opera sono esperienze da conservare o da archiviare?

«Il teatro è diventato un set perché ora è vuoto. Poi non si potranno più fare nelle sale. I film di opera girati in studi cinematografici sono sempre esistiti. Da piccola avevo a casa la Traviata di Zeffirelli. Mi faceva sognare. Sono sicura che se ne gireranno ancora. Mi auguro però che non diventino la nuova normalità».

La Lucia di Lammermoor che avrebbe dovuto cantare per l'inaugurazione della Scala, poi sostituita da un gala, verrà recuperata?

«Stiamo cercando date, forse non sarà un’inaugurazione, ma speriamo di salvare l’opera».

Lei sarebbe stata una delle poche americane a inaugurare una stagione scaligera nel ruolo del titolo. Un traguardo?

«L’opera è molto italiana e per un’americana è un grande onore».

Americana con sangue cubano.

«Io sono figlia di migranti. Nata in Louisiana cresciuta al Met di New York. Gli americani sono tutti migranti. E quando raggiungi un traguardo, è bello dire che il sogno americano esiste».

Quando si è accorta di essere diventata una diva?

«Quando hanno cominciato a riconoscermi in strada, al ristorante. Wow sanno chi sono? Scatta subito un forte senso di responsabilità. Devi comportarti sapendo che puoi rappresentare un esempio. Soprattutto sui social. Io su Instagram ho più di 40mila followers. Quando scrivi lì, resta per sempre. Internet non dimentica».

Lei rappresenta un esempio anche in temi salutistici, ecologici: runner e vegana.

«Noi cantanti siamo atleti. Correre e mangiare sano è una scelta per il mio benessere, ma anche per il mio lavoro. Dipendiamo dai polmoni e dal sistema cardiocircolatorio. La voce non viene fuori da un computer. E mantenere questa disciplina mi fa sentire più forte. Quando sono in Italia è una meraviglia, pasta, melanzane, pomodori, frutta, anche noi vegani mangiamo da Dio».

Oltre che sane è importante anche essere belle?

«I cantanti belli ci sono sempre stati. Corelli era un dio. E Domingo non è ancora affascinante? La bellezza è come una finestra che ti invita a entrare, ma poi una volta in casa, bisogna che ci sia del talento. Certo, adesso siamo tantissimi a giocarci una parte. Quindi è normale che tra 500 Violette si scelga la cantante che si avvicina di più alla figura immaginata dal regista. Vale per le donne e per gli uomini».

Lei però è dimagrita tanto per paura di non lavorare. O no?

«Sono un soprano leggero: con tanti chili in più, voce e corpo non sarebbero andati d’accordo».

Problemi di chili, ma mai sessismo?

«Non esista un’industria che non soffra di sessismo. Il vantaggio è che un soprano deve essere una donna e non toglie lavoro agli uomini. Ma per registi, pianisti, direttori è diverso».

Direttori o direttrici: come mai ci sono poche donne sul podio?

«Comincia tutto prima, nelle scuole. Se una ragazza al conservatorio si rende conto di essere perennemente scavalcata dai colleghi uomini, forse cambia mestiere».

Il suo mestiere la porta ad avere ritmi molto impegnativi:  incompatibili con una vita privata?

«Io e mio marito siamo contenti. Ci conosciamo da tanto tempo. Siamo felici e fortunati. Ci amiamo. E se hai una vita felice a casa, sul lavoro sopporti tutto. L’amore è la benedizione più grande». 

Martedì 6 Aprile 2021, 11:43 - Ultimo aggiornamento: 12:01
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