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"Scappo dalla città" con Arianna Porcelli Safonov: «Vi spiego in tv come rifarvi una vita in campagna"

"Scappo dalla città" con Arianna Porcelli Safonov: «Vi spiego in tv come rifarvi una vita in campagna"
di Ilaria Ravarino
4 Minuti di Lettura
Sabato 7 Novembre 2020, 12:25

Padre russo e madre milanese, i primi vent’anni trascorsi a Roma – quartiere Olgiata, zona borghese – i secondi venti in campagna, a zappare la terra sull’Appennino, Arianna Porcelli Safonov è l’aliena che dal 9 novembre alle 21: 10 condurrà su laF (canale 135 di Sky) il programma, ideato da lei insieme a laF e Oki Doki Film, Scappo dalla città, otto puntate su “otto persone che hanno mollato la città per ricostruirsi una vita, personale e imprenditoriale, in campagna. Insomma sono andati in culo ai lupi per guadagnare di meno”. Ex manager e organizzatrice di eventi, oggi scrittrice 37enne e monologhista fulminante, la popolarità di Safonov è montata sul web, dove sul suo blog, Madame Pipì, condivide pensieri cattivissimi e corrosivi sul mondo bio, radical chic e non solo.

Perché è così cattiva?

«Essere stronza è una necessità che viene fraintesa. La prima vittima dei miei monologhi sono io, che acquisto biologico, vivo green, sto in campagna. Faccio tutte le cose di cui parlo malissimo».

E come si trova in campagna?

«Sfatiamo il mito.  Si respira bene, la qualità della vita è alta. Ma non ho una vita sociale. Ogni scelta presuppone sacrifici».

Non le conveniva restare a Roma?

«Ho rinunciato volentieri alla dinamica del contatto giusto, quella che guida ogni carriera in quella città. Io, per lavorare, sono dovuta andare via. Lo dico con rammarico».

Mai pentita?

«Magari un giorno succederà. Ma per me il lavoro non è andare alla festa, all’aperitivo o alla cena. Il mio programma, Scappo dalla città, è nato perche ho contattato il regista su Facebook, gli ho proposto l’idea e gli è piaciuta. Abbiamo fatto tutto senza aperitivi».

Nel programma che fa?

«Provo in prima persona le vite degli altri. Non so se avete presente la sensazione che si prova mentre sei truccata e microfonata e ti travolge un gregge di pecore. Raccontiamo storie vere, non facciamo pubblicità alle aziende».

Sarà cattiva come sul web?

«Un po’ di meno. La tv è un mondo nuovo per me. Ci entro in punta di piedi portando una bottiglia».

Era una manager. Come ha iniziato a recitare?

«Ho lasciato il lavoro nel 2010. Ho sempre avuto il desiderio di scrivere e ho iniziato a farlo appuntando quello che succedeva negli eventi che organizzavo. Mi sono licenziata come un’incosciente. Sono andata a vivere a Madrid. Poi ho traslocato sulla puntina dell’Appennino, tra Piemonte, Liguria, Emilia e Lombardia».

E che ha fatto poi?

«L’unica cosa su cui potevo contare era la vicinanza con Milano. Andavo a  fare i provini con la minigonna e le unghie sporche di terra. Sono stata la mamma di innumerevoli pubblicità di biscotti. Di giorno carezzavo le guance dei bimbi e la sera tornavo a casa a scrivere di merda di animali».

Non ha mai puntato sul fisico nonostante potesse. Perché?

«La fascia di mercato più libera mi è subito sembrata quella in cui si usa il cervello: c’era meno concorrenza. A volte spero di diventare  presto vecchia, così che finalmente il mio intelletto venga preso in considerazione».

Il suo modello di comicità?

«Jannacci, Gaber, Valeri, Guzzanti, Rezza. Anche Daniele Luttazzi, ormai dimenticato per questioni che prescindono dal suo talento: tutti sbagliamo».

Nessuno dei giovani?

«Mi piace Zalone, è uno che ha studiato e anche quando fa lo scemo non ti lascia mai senza lo spunto di riflessioni anche molto profonde. Mi piace Paolo Camilli, Maurizio Lastrico, Teresa Mannino, mi piacciono i comici che non cercano di assecondare il mercato ma propongono qualità inedita. Non è questione di volti vecchi o giovani, è questione di qualità».

Non ce la fa a essere più conciliante?

«La spontaneità è quello che manca alla nostra quotidianità. Ci costruiamo ovunque profili copertina. Io con gli altri provo a essere me stessa. Solo un po’ più pettinata».

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