Pirateria, parlano gli investigatori del gruppo Emme: «Così chi ruba film e musica aiuta la pedofilia»

Martedì 5 Febbraio 2019 di Alessandro Di Liegro

Si può fermare la pirateria audiovisiva? Basterebbe un semplice click. Il gruppo investigativo statunitense EMME ha realizzato una lunga indagine che testimonia come gran parte della pirateria mondiale, e persino della pedopornografia, abbia un minimo comune denominatore. Secondo il gruppo, rappresentato in Italia in esclusiva dall'avvocato Luciano Faraone, esperto di diritto d'autore dello studio Bernardini de Pace, almeno 50 siti di pirateria audiovisiva e oltre 20 relativi alla pedopornografia risalirebbero a un sistema che anonimizza la fonte originaria dei file incriminati, rendendo così impossibile risalire ai veri colpevoli. Quasi 800mila violazioni del diritto d'autore e una lista scabrosa di siti pedopornografici che, grazie a questo sistema, sopravvivono in rete. In esclusiva abbiamo intervistato un esperto informatico del gruppo EMME, che ci ha raccontato nel dettaglio come è nata e le prospettive dell'investigazione da loro svolta.

Come funziona un'investigazione?
«Per poter condurre un’investigazione il fattore più importante è costituito dalla logica. Nella maggior parte dei casi non sono super computer, hacker o ingenti budget a essere la chiave per poter trovare la soluzione a un problema, ma la volontà di ragionare e comprendere gli indizi che si hanno».

Come è stata condotta l'investigazione su questo caso?
«Partendo dal quel presupposto su come lavoriamo, durante un’investigazione privata per raccogliere prove su una violazione del copyright il nostro team ha scoperto la presenza di un sito, conosciuto come CB01, all’interno del quale abbiamo riscontrato la presenza di centinaia di migliaia di violazioni. Pertanto abbiamo ragionato su come questo sia potuto accadere, a meno che non vogliamo pensare che qualcuno abbia acquistato, anche prima della messa in commercio dei film, quasi 100 mila prodotti in DVD, Blu Ray e 4K e poi abbia passato anni per convertirli in tutti i formati download e streaming esistenti. Continuando nella ricerca, prendendo in esame gli articoli di giornale pubblicati negli anni, abbiamo stilato una lista di tutti i siti pirata, fino ad arrivare a Oasivip.com, all’interno del quale troviamo oltre 60.000 libri illegalmente venduti, oltre 100.000 software per computer e videogame, includendo tutte le testate giornalistiche (quotidiani, settimanali e mensili) presenti sul mercato italiano. Facendo lo stesso ragionamento fatto per CB01 e i film, l’unica soluzione logica è pensare che questi abbiano accesso ai network usati da chi i giornali, libri, cd musicali e software, li produce».

Come avete scoperto il coinvolgimento di Cloudflare?
«Siamo andati a cercare il comune denominatore, scoprendo che tutti i siti in questione pagano una compagnia data center per la gestione del loro lavoro illegale, società che garantisce l’anonimato ai criminali e che negli anni ha bloccato ogni tentativo da parte delle forze dell’ordine di poter individuare i responsabili. Questa società è la statunitense Cloudflare. Conferma di quanto scoperto è poi arrivato dalla Comunità Europea, la quale nel suo primo rapporto sulla pirateria ha indicato Cloudflare come responsabile, proprio per i servizi che offre, del 40% della pirateria mondiale. Ed è a questo punto che la logica torna in gioco. Verificato che Cloudflare gestisce tutto questo, è ovvio che riceve pagamenti per questi servizi. Pertanto Cloudflare è a conoscenza di chi paga le loro fatture, di chi invia i file illegali online e da dove, e molto altro ancora. Per essere sicuri, siamo andati a verificare come abbonarsi a questi servizi illegali di download, scoprendo che per ogni Paese nel mondo esistono rivenditori “autorizzati” promossi sui siti illegali e metodi di pagamento con carte di credito e bonifici, grazie ai quali è stato possibile scoprire dove i soldi finiscono e da chi vengono gestiti. Infatti, indipendentemente da quale sito pirata il cliente sceglie per poter scaricare l’ultimo film appena uscito nelle sale, dopo tutti i click necessari per arrivare all’ultima pagina, prima del download, queste sono tutte sullo stesso server. E trovato il server, di nuovo abbiamo scoperto che è sotto le gestione di Cloudflare. A quel punto siamo andati ad analizzare chi sono gli altri clienti di Cloudflare e chi di questi ha attività illegali. Sfortunatamente, alla fine della ricerca, ci siamo trovati di fronte al più grande caso di pedo-pornografia che si possa ricordare, leggendo gli articoli pubblicati negli anni sui giornali. Siti internet che mostrano le webcam delle minorenni nel mondo, collegate in streaming con i propri profilli sui social network, includendo Facebook, Livenow, Twitter e molti altri. E questi stessi siti, una volta spiato e registrato i privati incontri di queste ragazze, li mette a disposizione dei pedofili attraverso le proprie pagina. E nuovamente, il comune denominatore di tutti i domini è Cloudfare».

Qual è la soluzione ora?
«Il nostro team, in collaborazione e rappresentato dallo Studio Legale Bernardini de Pace, nella persona dell’Avv. Luciano Faraone in qualità di esperto di diritto d’autore, ha trovato il modo di bloccare tutto questo, riuscendo cosi a eliminare quei problemi di giurisdizione grazie ai quali Cloudflare ha continuato a guadagnare da attività illecite negli anni, che hanno da sempre fermato chi pirateria e pedo-pornografia li combatte. Ovvero un’azione legale collettiva o class action da presentare in una corte statunitense, al fine di chiedere il blocco dei computer, la disconnessione dei servizi e il risarcimento dei danni per chi ha subito la violazione delle proprietà intellettuali, siano questi film, programmi televisivi, giornali, libri o software. Perché un giudice americano, di fronte al crimine, può decidere non solo di bloccare il crimine stesso e fare in modo che chi ha sbagliato paghi, ma può sentenziare che questo tipo di servizi non possano più essere forniti, bloccando di fatto le attività di pirateria e pedo-pornografia, attraverso questi tipi di società. A quel punto Cloudflare sarà obbligata a fare quello che è giusto fare e dall’analisi degli indirizzi IP, scopriremo come tutti quei film sono arrivati ad essere venduti tramite i siti pirata, ma soprattuto da chi e da dove questi ha operato illegalmente».

In parole semplici, perché Cloudflare e le altre compagnie che forniscono lo stesso servizio sono complici?
«Per fare un esempio, in modo che tutti possano capire di cosa stiamo parlando, è come se avessimo a disposizione il video di un crimine. Possiamo vedere chiaramente mentre questo avviene e possiamo anche vedere la persona che sta commettendo quel crimine, ma non il suo volto. Questo è coperto da un'altra persona, pagata dal criminale per stare di fronte a lui e impedire che possa essere riconosciuto dalla giustizia. In questo semplice esempio, quel criminale è il pirata che ruba cinema e musica o il pedofilo che registra i video delle minorenni online per poi rivenderli, e Cloudflare, ovviamente, è quell'uomo pagato per stare di fronte. Nel mondo reale, se quel video esistesse, la persona pagata per coprire il volto del criminale sarebbe arrestata e punita severamente. Ma è ora tempo di capire che nel 2019, internet è la nostra realtà e non più la virtualità di un mondo parallelo. E pertanto è paradossale pensare che qualcuno che commette palesemente un crimine online, non possa essere individuato, fermato e perseguitato in rispetto della legge, perché sta pagando una società, da un altro Paese, per coprire la sua identità e, a causa di una questione di giurisdizione, quella stessa compagnia ostacoli la giustizia, senza pagarne le conseguenze».

Con questa iniziativa cosa combierà nella lotta a pirateria e pedo-pornografia?
«Tutto ciò che é stato fatto negli anni, il mirabile impegno delle associazioni di settore e delle forze dell’ordine, é sempre stato alla fine ostacolato da società come Cloudflare, limitando l’intervento contro la pirateria e la pedo-pornografia ad azioni di oscuramento o a importanti azioni sul campo, ma che purtroppo non hanno portato alla fine del problema. Ma ora, con questa azione, portando i fornitori dei servizi che hanno permesso tutto questo, grazie anche alle leggi americane in materia di copyright e soprattuto a quelle federali in materia di tutela del minore, chiunque voglia partecipare alla class action, potrà essere parte della terminazione del problema, perché alla fine nulla potrà fermarci nel sapere chi ha permesso tutto questo. Nel mentre la raccolta delle adesioni alla class action è in atto, date le molte richieste di informazioni il termine per poter aderire è stato spostato al 20 febbraio, siamo felici di confermare l’adesione all’iniziativa da parte dell’associazione italiana anti pedofilia La Caramella Buona Onlus».

Dichiarazione di Roberto Mirabile, presidente dell’associazione italiana anti pedofilia La Caramella Buona Onlus:
«È preoccupante e scandaloso vedere online sistemi di pagamento di ogni tipo per transazioni illegali, che dalla pirateria dei diritti d’autore arrivano addirittura alla pedofilia esplicita.Come 'Caramella Buona' aderiamo a questa operazione etica e di giustizia e parteciperemo alla class action americana, anche perché in Italia per i reati di pedopornografia è praticamente impossibile ottenere la rogatoria internazionale per denunciare i social che ospitano siti illeciti: dobbiamo iniziare a tutelare concretamente i nostri bambini».

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