PlayStation come un'arma: il codice segreto dei jihadisti

Venerdì 27 Novembre 2015 di Andrea Andrei
Lo abbiamo già visto con l'11 settembre: i terroristi che vogliono colpire l'Occidente sfruttano per comunicare i mezzi occidentali più comuni e diffusi. Se per organizzare l'attentato alle Torri Gemelle pare che Al Qaeda comunicasse tramite i siti pornografici (i più diffusi e visitati al mondo), stavolta sembrerebbe che il mezzo scelto dai terroristi di Parigi per interagire e forse anche per reclutare giovani, sia stata una PlayStation 4. Come ha spiegato il ministro degli Interni belga, Jan Jambon, «le comunicazioni su Ps4 sono difficilissime da decriptare, più di quelle su WhatsApp». E pensare che quando sono uscite le console di nuova generazione in molti erano preoccupati per la privacy, soprattutto dei bambini.

Con PlayStation Network, la piattaforma online di Sony, i giocatori possono scriversi, parlare a voce o, se si ha la telecamera, guardarsi in faccia, creando sessioni di chat personalizzate fra due o più persone, un po' come con Skype. La differenza è che qui gli utenti possono interagire anche attraverso giochi specifici, il che rende il lavoro di intelligence molto più complesso. Esistono infatti mille modi di comunicare attraverso un videogame. Basti pensare ai più popolari giochi di guerra: con la grande varietà di armi e scenari a disposizione, le partite online possono diventare simulazioni di attacchi militari. Senza contare eventuali messaggi in codice, scambiati attraverso i personaggi dei videogiochi. È solo questione di fantasia: il risultato di una partita di calcio, un cartellone incontrato lungo il percorso, gli oggetti raccolti.

IN DIRETTA MONDIALE
Ma c'è un altro problema. Da qualche tempo va molto di moda, in particolare fra i giovanissimi, guardare gli altri mentre giocano, proprio come in tv. Le console hanno un sistema che permette con semplicità di mandare “in onda” le proprie sessioni di gioco, così che amici o anche sconosciuti possano assistervi da tutto il mondo, in diretta. Un ulteriore modo di comunicare praticamente impossibile da intercettare.
Ci si ritrova, quindi, davanti al solito paradosso: il nostro legittimo desiderio di privacy rappresenta una garanzia ma al contempo una minaccia. Se da una parte possiamo rallegrarci del fatto che quando prendiamo un controller in mano nessuno ci spia, dall'altro è spaventoso pensare che, mentre giochiamo, il nostro avversario potrebbe avere scopi che con il gioco non hanno nulla a che fare. Anche se pure lui se ne sta tranquillo, a casa sua, proprio come noi. Ultimo aggiornamento: 30 Novembre, 17:00

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