Ericsson, Arun Bansal: «Lo sviluppo del 5G varrà oltre 240 miliardi, anche per questo puntiamo sull'Italia»

Giovedì 12 Settembre 2019 di Francesco Malfetano
«Per l'Italia il 5G è un'opportunità economica incredibile. Abbiamo stimato che entro il 2030, con un ambiente normativo favorevole, l'impatto della super-connessione sul Pil del Paese sarà di 246 miliardi di euro». Per Arun Bansal, vicepresidente senior di Ericsson e responsabile dell'area di mercato Europa e America Latina, una tecnologia abilitante come il 5G - cioè che è in grado di favorire altre innovazioni - può riabilitare anche l'economia dell'intera Penisola. D'altronde il colosso svedese delle telecomunicazioni che negli anni si è occupato di infrastrutture digitali, telefonia mobile ma anche di sostenibilità e consumi energetici, conosce molto bene il Paese dato che è presente in Italia da più di un secolo. «Se guardo al contributo di Ericsson qui - dice Bansal al Messaggero - in termini di tecnologie e persone, noi abbiamo fatto più di qualunque altro nostro competitor».

Siete uno dei principali protagonisti della corsa al 5G. A che punto siamo?
«Io penso ci sia un'idea molto sbagliata nel mondo su come l'Europa sia posizionata con il 5G. La nostra tecnologia è già pronta e non abbiamo alcuna distanza da Usa e Cina. A cambiare sono le diverse dinamiche che gli fanno da volano e l'ambiente normativo».

In che senso?
«Il 5G è la prima tecnologia di comunicazione che apparirà nello stesso momento in tutti i continenti. Solo che lo farà per ragioni diverse. Gli Usa ne hanno bisogno per raggiungere più persone possibile con delle connessioni stabili, perché ci sono milioni di famiglie senza alcun tipo di banda. In Asia il 5G è per la fascia consumer, perché le persone utilizzano 80 Gb di traffico al mese. In Europa invece è legato a due aspetti diversi: il primo è ridurre il costo dei giga a disposizione dei clienti e il secondo riguarda l'industrializzazione perché molte aziende non sono competitive. Se per provare a restarlo hanno bisogno del 5G, le leggi devono essere favorevoli».

Pensa che ci sia stato un ruolo troppo forte degli Stati in questa situazione?
«Se guardiamo all'Europa la tassazione altissima sulle frequenze del 5G ha rischiato di trasformarla in un'operazione poco vantaggiosa. In Italia le licenze sono state vendute a 6,5 miliardi di euro. È stato fatto tutto in grande velocità ma è stato davvero sbagliato perché in questo modo restano agli operatori pochi soldi da investire. Però gli altri Paesi hanno potuto imparare dall'esempio italiano».

Avremmo potuto fare diversamente quindi.
«Si, io credo che l'Italia avrebbe dovuto fare ciò che la Germania ha fatto per tentare di raggiungere il 98% della copertura nazionale nel 5G. Hanno imposto degli obblighi agli operatori nello sviluppare le reti e poi però li hanno incentivati detassando completamente le licenze (o frequenze ndr), per cui gli operatori non devono pagarle per un certo numero di anni e possono investire quei soldi nel migliorare la copertura».

Uno dei primi atti del nuovo governo è stato riattivare il Golden Power. Cosa ne pensa?
«È una prerogativa del governo. Ovviamente molti Paesi hanno deciso di dar vita a nuove legislazioni sul tema e per noi è difficile commentarle perché siamo presenti in 180 nazioni diverse».

Allo stesso modo l'esecutivo guidato da Giuseppe Conte, avrà anche un nuovo dicastero, Paola Pisano è ministro all'Innovazione e al Digitale.
«Il governo ha un ruolo fondamentale, soprattutto per il 5G. A differenza di 3G e 4G che erano tecnologie più orientate verso i consumatori, il 5G è equivalente alle autostrade o agli aeroporti, cioè è un'infrastruttura critica dato che ogni singola cosa sarà connessa. Per l'Italia si tratta di un'opportunità economica incredibile. Secondo un rapporto indipendente finanziato da noi, abbiamo stimato che entro il 2030, con un ambiente normativo favorevole, l'impatto della super-connessione sul Pil del Paese sarà di 246 miliardi di euro. Per cui la mossa del governo è senz'altro ottima per poter lavorare con aziende e accademia e permettere al Paese di restare competitivo».

Per quanto riguarda il vostro ruolo nel Paese invece?
«L'Italia è uno dei mercati più importanti per Ericsson, ed è sempre stato così. Siamo qui da 101 anni e da 41 facciamo investimenti costanti in ricerca e sviluppo all'interno del Paese. Abbiamo oltre 3 mila dipendenti (se sommiamo quelli di tutti i nostri 3 principali competitor non arrivano a tanto) di cui 700 ricercatori. Si sente parlare di aziende che vogliono investire qui, ma noi lo facciamo da sempre, negli ultimi 20 anni abbiamo prodotto 600 brevetti approvati made in Italy. Se guardo al contributo di Ericsson in Italia in termini di tecnologie e persone, noi abbiamo fatto più di chiunque altro». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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