Covid e App: come saremo tracciati tra privacy e modello coreano

Giovedì 28 Maggio 2020 di Mauro Evangelisti
Covid&App tra privacy e modello coreano
Il coronavirus ha cambiato le nostre vite. La tecnologia ci sta aiutando a ripensarle e a difenderle. Pensiamo alla ripartenza sicura, in una rete di controlli e cautele, tra contact tracing e privacy da tutelare, distanze da mantenere e contagio da monitorare per evitare che il sistema sanitario torni vicino alla saturazione in una ipotetica seconda ondata, anche oggi che abbiamo raddoppiato, in Italia, i posti letto di terapia intensiva. Si studiano nuovi tipi di test, si potenziano gli sforzi per aumentare i tamponi per individuare anche gli asintomatici. Gli scienziati, dopo il disorientamento iniziale, aprono sentieri di speranza sulla possibilità di trovare un vaccino nel primo trimestre del 2021. Si guarda con fiducia alla terapia che prevede l’uso del plasma di chi è guarito, ma anche alla sua applicazione tecnologica, gli anticorpi monoclonali. E ormai, dopo i messaggi fuorvianti dell’Organizzazione mondiale della sanità a inizio pandemia, abbiamo capito che dobbiamo utilizzare la mascherina, esattamente come facevano in Asia a inizio emergenza e che guardavamo con diffidenza. L’Italia, in affanno all’inizio quando subiva i colpi più duri, ora appare in prima fila per la ricerca, lo studio di nuove terapie, tre progetti paralleli per il vaccino nel distretto farmaceutico di Pomezia e Castel Romano (sta per partire la sperimentazione allo Spallanzani, un’altra è già in corso a Oxford con un ruolo importante di un’azienda laziale). La battaglia contro Sars-CoV-2 in tutto il mondo prevede il ricorso a soluzioni tecnologiche. Più o meno all’avanguardia. Alcune cartoline dal dopo lockdown. All’interno di un centro commerciale della Thailandia si sono inventati l’ascensore a pedali: invece dei tasti, con il piede si spinge la leva del piano a cui sei diretto, evitando l’uso delle mani di superfici sulle quali potrebbe esserci il virus in agguato. Da quando a Bangkok hanno riaperto i mall, enormi e lussuosi, per entrare devi inquadrare un codice con lo smartphone, in modo da lasciare traccia del tuo passaggio.



L’APP CORONA100
In Corea del Sud l’applicazione Corona100 è diventata operativa a metà febbraio: scaricata da milioni di persone, avverte se si è venuti a contatto con una persona risultata positiva, se si è frequentato un ristorante o un bar, dove ci sono stati passaggio e permanenza della persona infetta. Il sistema sanitario ti chiama anche a fare il tampone. La tecnologia in tutto il pianeta sta svolgendo un ruolo cruciale contro Sars-CoV-2, nella prima pandemia in un mondo mai così collegato: connesso in rete virtualmente, unito - almeno fino a qualche mese fa - da una infinita ragnatela di voli aerei. Quando a Wuhan è iniziato tutto, è iniziato il ricorso a strumenti da un lato efficaci, dall’altro invasivi. Nella provincia di Hubei, ma anche in quelle vicine, una app localizza i pazienti positivi più vicini. Queste indicazioni sono fornite anche in Corea, mentre a Singapore un’altra app serve a verificare che un cittadino non violi la quarantena. Applicazioni installate sui telefonini sono state messe a disposizione in molti paesi, ma il grande tabù è quello del rispetto della privacy, che aveva rallentato l’applicazione italiana Immuni fino all’uscita del garante nei giorni scorsi. Scelta dal governo, si basa sul Bluetooth e non sulla geolocalizzazione, mantiene dati anonimi nella memoria del singolo cellulare, invia un alert nel caso emerga che si è rimasti vicini, per un lungo periodo, a una persona che poi è risultata positiva. Ancora siamo in fase di preparazione. I timori per la raccolta dei dati sensibili era stato il freno per l’app, che dovrebbe essere accompagnata da una politica puntuale di tamponi. Resta da comprendere come mai ci fidiamo di Facebook, Google, Amazon, Apple, alle quali consegniamo la cronologia delle nostre vite, mentre siamo preoccupati se quei dati vengono richiesti dal servizio pubblico...

 LE CARTE DI CREDITO
Proprio il caso della Corea del Sud, tra i paesi più efficaci nel contrasto della pandemia, ci racconta quanto sia delicato il tema della privacy. In questa nazione, all’avanguardia per la tecnologia - è la patria di colossi come Samsung e Lg - non si punta solo sulla app: le autorità possono raccogliere i dati delle carte di credito e delle telecamere di sorveglianza, in modo da individuare chi abbia frequentato zone o locali in cui c’è stata trasmissione del virus. Tra il primo e il 2 maggio, dopo la riapertura delle discoteche, in un quartiere alla moda e internazionale, pieno di locali, Itaewon, è emerso che 29enne risultato positivo aveva trascorso la notte in varie discoteche. I gestori erano obbligati a registrare i nomi di tutti i frequentatori, ma poiché una piccola minoranza dei club e dei pub di Itaewon è frequentato soprattutto da giovani gay, il sistema è andato in difficoltà. In molti avevano lasciato nomi fasulli o avevano disattivato la app: si è trattato di un caso perfetto, in un paese in cui persiste una non banale dose di omofobia, di scontro tra esigenze di sanità pubblica e rispetto della privacy. Le autorità hanno consentito di effettuare i tamponi anonimamente, perché molti di coloro che erano stati in quelle discoteche non si facevano avanti per vergogna. Alla fine, in poche settimane sono stati eseguiti 65 mila tamponi e il cluster è stato bloccato. Ma permane la difficoltà, in Corea come in Europa, di trovare un equilibrio: in questo caso riguardava l’orientamento sessuale, ma in altri paesi, magari con regimi totalitari, l’app per prevenire la diffusione del coronavirus rischia di diventare anche uno strumento di controllo politico. In tutto il mondo, il sistema delle app ha avuto declinazioni differenti: nel Vecchio Continente le regole sulla privacy sono molto più stringenti. In Australia si utilizza CovidSafe, una app che prevede il tracciamento dei casi positivi che utilizza lo stesso sistema ideato a Singapore (Blue Trace). Ma sistemi vari sono stati ideati anche in Nuova Zelanda, in Islanda, in Israele. In Cina, per avere una mappatura degli spostamenti o più in generale per attivare un sistema di sorveglianza sanitaria capillare, si sono sfruttate piattaforme già esistenti, in particolare Wechat e Alipay, vere forme di identità digitali, perfino più invasive di Google o Facebook, senza le quali di fatto non esisti. Un esempio: le carte di credito ormai in Cina rappresentano un sistema di pagamento vecchio, tutto passa da app come appunto Wechat e Alipay. Ecco, questa società connessa, in un mondo parallelo rispetto a quello occidentale (Google e Facebook in Cina non funzionano), ha consentito anche di rafforzare la sorveglianza e il sistema di informazione sull’epidemia del coronavirus. I cittadini hanno un “health code”, contraddistinto da tre colori - verde, giallo e rosso - in base alla provincia in cui abitano, a quanto è diffuso il virus in quella zona. Da quel colore si determinano le possibilità di spostarsi. In modo molto meno incisivo, in Italia si sta puntando anche su app che consentono il dialogo tra cittadini e servizio sanitario: nel Lazio c’è l’applicazione LazioDrCovid. La tecnologia e le nuove forme di comunicazione hanno influenzato pesantemente anche il nostro modo di vivere il lockdown. Videochiamate, chat, meeting online, smart working, hanno funzionato perché ormai WiFi e 4G sono la normalità. Solo dieci anni fa sarebbe stato tutto più complicato; vent’anni fa anche il pur limitato sollievo di potere vedere in video chat un proprio caro, sarebbe stato difficile.

VIRUS DETECTOR
Sul fronte dei viaggi è la prossima sfida per la tecnologia. Non si parla solo di termoscanner nelle stazioni o negli aeroporti, quelli ormai sono la normalità. Servirà un’accelerazione sull’automazione, addio biglietti di carta e check-in con persone al banco, ma sempre di più riconoscimento facciale, dati memorizzati sullo smartphone per imbarcarsi, consegna della valigia con sistemi fai-da-te. Molto dipenderà anche dalla capacità di ideare sistemi di test rapidi e affidabili: qualche sperimentazione è già stata fatta, ad esempio a Dubai, mentre in Islanda e in Austria puntano sui tamponi all’atterraggio. In futuro, in aeroporto potremmo anche trovarci non solo a passare ai controlli del metal detector, ma anche a quelli del test che certifichi che non siamo infetti. 
Ultimo aggiornamento: 06:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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