La ricerca del sostenibile ora diventa un imperativo

La ricerca del sostenibile ora diventa un imperativo
di Nicolas Lozito
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Giovedì 28 Maggio 2020, 01:36 - Ultimo aggiornamento: 16:42

«E se questa pandemia fosse solo la prova generale di ciò che potrebbe accadere all’umanità in futuro?». Intorno alla domanda si sono ritrovati a ragionare nelle ultime settimane analisti, politici e scienziati. Una prova sanitaria, in attesa di una possibile nuova pandemia ancora più letale del Covid-19; o un assaggio delle future crisi socio-economiche. O ancora «un test dell’emergenza che provocherà il cambiamento climatico» come scriveva l’ex direttore del Guardian Alan Rusbridger il 3 aprile. Il coronavirus, come mai era accaduto negli ultimi decenni, ha cambiato gli orizzonti temporali della nostra società e delle nostre azioni. Se prima dell’emergenza ci potevamo ancora permettere di guardare distrattamente al futuro, ora non possiamo più rimandare il dibattito su cosa lasceremo in eredità ai nostri figli. Abbiamo compreso, a livello globale e personale, che il futuro è nelle nostre mani. Dipende dalle nostre decisioni. Così la parola sostenibilità, prima legata a un approccio etico di politica e industria, ora ha assunto un significato totalmente diverso: la sostenibilità non è più un obiettivo perseguito nelle fumose riunioni delle organizzazioni internazionali, ma una scelta necessaria per sopravvivere e prosperare: sostenibilità della salute, dell’ambiente, del benessere da costruire intorno a noi. Dal singolo cittadino alla piccola impresa, dalla grande industria ai governi, siamo tutti coinvolti in una missione collettiva.

IL DIGITALE E LE AZIENDE
La teoria diventa pratica. «Nel 2015 l’Onu ha prodotto un elenco di 17 obiettivi globali di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030», spiega Noa Segre, senior stategist per la trasformazione aziendale del Talent Garden, «e ora più che mai dobbiamo lavorare a partnership pubblico-private e a piani dettagliati per implementarle, introducendo la sostenibilità negli obiettivi che un’azienda deve raggiungere». Secondo Segre, «questo nuovo mondo ci sta già presentando delle soluzioni, molte delle quali aiutate dal digitale». Prendiamo l’obiettivo di sostenibilità numero 3, sulla salute e il benessere. «La pandemia ha portato a un aumento rapidissimo di tecnologie fondamentali per test, monitoraggi, cure; la possibilità di seguire un paziente da remoto aumenterà molto e i servizi sanitari digitali saranno sempre più disponibili, sia per il benessere fisico che psicologico». Simile ragionamento per il per il punto 4 delle Nazioni unite, relativo alla qualità dell’educazione. Dice Segre: «Ora è il momento di progettare e investire, le risorse non mancano». E c’è un ultimo punto che coinvolge direttamente la trasformazione digitale: l’obiettivo 12, sulla produzione e il consumo responsabile. «Dopo i primi giorni di disorientamento, i consumi siano diventati più attenti e i consumatori tendono a premiare le aziende migliori, punendo al contempo chi non si è adattato».

TRA GLI SCAFFALI
Non sarà più sufficiente, però, sfruttare etichette e slogan generici. In questi mesi la paura del virus ha colpito duramente anche quei marchi che negli ultimi anni avevano attirato i consumatori più consapevoli. Lo spiega Alice Avallone, esperta di comunicazione in Rete e a capo dell’osservatorio di antropologia digitale Be Unsocial: «Ora l’igiene è la priorità assoluta, e supera qualsiasi prodotto sostenibile o biologico. Lo dimostra una ricerca Nielsen: i brand che producevano quei prodotti hanno perso quote di mercato e appeal sui consumatori, sicché quei messaggi sono spariti dalle pubblicità e dagli scaffali. Ma nella ripresa dovranno ritornare: è necessario, ed è possibile, ottenere entrambi i risultati». Non tutte le aziende però hanno rinunciato alla loro missione. Avallone cita l’esempio della londinese Palm of Feronia, azienda che produce prodotti di cosmesi bio al 100%: «Durante l’epidemia hanno creato un disinfettante totalmente naturale ma dallo stesso potere igenizzante dei prodotti meno sostenibili che troviamo al supermercato». La ricerca di un equilibrio coinvolge anche chi l’aveva già trovato. Il caso italiano è quello di Lavazza, che con la sua Fondazione da anni ha attivi «24 progetti di sostenibilità in 17 Paesi», come spiega Mario Cerutti, a capo delle relazioni istituzionali e della sostenibilità per l’azienda di Torino. «Alla luce dell’impatto di medio e lungo, la grande sfida ora nel campo delle tecnologie: integrando nuovi strumenti digitali possiamo ottenere benefici sanitari e contemporaneamente ridurre le diseguaglianze e mitigare gli effetti del cambiamento climatico».

NOI E L’AMBIENTE
La sfida della sostenibilità più grande rimane quella ambientale ed energetica: secondo un sondaggio Ipsos svolto a fine febbraio, per il 71% degli italiani il cambiamento climatico è un problema pari alla pandemia, ma più intensi sono gli effetti del virus, più il problema ambientale passa in secondo piano. Abbiamo goduto dei benefici delle città meno inquinate grazie al lockdown, ma allo stesso tempo abbiamo visto strade disseminate di mascherine e guanti di plastica usate. Abbiamo sentito l’Europa parlare di Green new deal e di transizione energetica, ma sappiamo anche che è necessario far ripartire al minor costo possibile aziende e produzioni. L’equilibrio tra breve e lungo termine è difficile da trovare. «Nel lungo periodo saremo tutti morti», scriveva il celebrato John Maynard Keynes, oggi tornato di grande attualità per le sue teorie sull’intervento economico dello Stato. Il coronavirus ci ha però insegnato che nel lungo periodo potremmo ancora essere vivi. O comunque in grado, se non prenderemo scorciatoie, di affrontare con maggiori possibilità di successo le nuove prove difficili del futuro.

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