Serena, highlander alla conquista dei mondi

Sabato 7 Settembre 2019 di Angelo Mancuso
Serena Williams
Quando nel 1999 una giovanissima Serena Williams trionfava per la prima volta agli US Open, Bianca Andreescu, l’avversaria che affronterà oggi nella finale dello Slam di casa, neppure era nata. Già questo dato fa impressione: la campionessa americana ha 38 anni, giusto il doppio della rivale. Da Serena a Serena 20 anni dopo: «È un po’ folle pensarci, ma in realtà non mi aspettavo niente di meno», dice. In semifinale si è mangiata Elina Svitolina: 6-3 6-1. Ha impiegato quasi 20 minuti per incamerare i primi due game tra vincenti esplosivi ed errori marchiani. Poi ha aggiustato la mira e ribaltato l’ucraina. Potrà pure non piacere perché ha due facce: la mamma dolce amorevole con la piccola Alexis Olympia, in campo diventa viziata, prepotente, eccessiva, finanche maleducata e minacciosa. Ma merita il rispetto di tutti perché giocare ancora la finale a New York 20 anni dopo il primo trionfo Slam è una delle imprese più grandi non solo del tennis ma dello sport. Al di là dei numeri, del record di più anziana finalista in un Major che continua ad aggiornare (esattamente 37 anni e 347 giorni). Ha rischiato la vita partorendo, era poi ingrassata paurosamente e da mamma non ha più vinto un torneo. L’ultimo risale agli Australian Open 2017, quando era già incinta di un mese e mezzo. 
POTENZA
A dispetto di una condizione atletica non ottimale, continua a riproporre la sua potenza, quell’impronta maschile dei colpi di approccio servizio e risposta. E spazza via le avversarie nello scambio breve. Nel 1999 Serena conquistò il suo primo Slam battendo la Hingis sull’Arthur Ashe Stadium. Da allora ha vissuto almeno 4 ere tennistiche. Come Federer, si esalta nella sfida contro avversarie sempre più giovani e diverse. 
AVANTI UN’ALTRA 
Questa volta è il turno della Andreescu, che ha raggiunto la prima finale Slam a soli 19 anni dopo i titoli a Indian Wells e a Toronto battendo per 7-6 (3) 7-5 la svizzera Belinda Bencic. La prima racchetta l’ha impugnata a 7 anni in Romania, paese dei genitori, ma solo perché la famiglia (padre e madre sono entrambi ingegneri) era momentaneamente tornata a vivere a Pitesti. Bianca è nata e cresciuta a Mississauga, nell’Ontario, ed è lì che i tecnici di Tennis Canada l’hanno notata nel 2011. Il suo gioco scoppiettante, in cui alterna terribili bordate da fondo a smorzate e discese a rete in controtempo, ha conquistato pure la Navratilova. Dodici mesi fa era fuori dalle prime 200 del mondo, a gennaio era fuori dalle prime 100 e dopo aver battuto 6 top ten negli ultimi mesi è già tra le prime 10 e all’ultimo atto a Flushing Meadows. E sa quel che vuole: “Un anno fa mai avrei pensato di raggiungere una finale qui, ma se qualcuno me l’avesse detto un paio di settimane fa ci avrei creduto. Quando ho vinto l’Orange Bowl ho fatto una lista di obiettivi tra i quali c’è la vittoria agli US Open. Da quel momento continuo a tenerlo a mente e se dovessi mettere una spunta su quella voce sarebbe fantastico”. 
24 NUMERO TABU’ 
Ma tutto ciò non tocca Serena, che giocherà la 33esima finale in un Major, la decima a New York. La voglia di sbloccarsi è evidente, così come il desiderio di sfatare quella che ormai è una maledizione: il record di 24 titoli Slam di Margaret Court. Vuole finalmente agguantarlo dopo i tre tentativi falliti a Wimbledon 2018 e 2019 e agli US Open 2018. «Avrei potuto superarlo da tempo», sottolinea. Bianca la debuttante è avvisata. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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