Murray, lacrime d'addio: esce di scena l'antidivo dalle idee scomode

Sabato 12 Gennaio 2019 di Gianluca Cordella
Una domanda, le lacrime e l’annuncio choc: «Questo potrebbe essere il mio ultimo torneo, avrei voluto chiudere la carriera a Wimbledon ma non so se ci riuscirò». Così comincia il ritiro a data da destinarsi di Andy Murray, l’ex numero uno del mondo che a Melbourne era attesissimo per lo Slam che apre la stagione dei Major e che, con poche parole, è riuscito a gelare persino il torrido clima australiano di questi tempi. Dice basta ad appena 31 anni Andy, che prima di rispondere fugge anche dalla sala stampa, tanto è in balia delle lacrime. E poi rientra e trova le parole per spiegare che l’anca che lo sta martoriando da due anni, costringendolo anche all’intervento chirurgico, è riuscita a domare il suo spirito guerriero usando l’arma più vile ed efficace, il dolore, che rende difficile «anche infilarsi un calzino o allacciarsi le scarpe». Il sipario sarà a Melbourne, o forse a Londra. Con una bacheca che verosimilmente resterà chiusa dopo il titolo conquistato a Dubai nel 2017 e una passerella d’addio che sarà nostalgica ben oltre ciò che meriterebbe un grande campione come lo scozzese.

VOLTA PAGINA
Il ritiro di Murray chiude molto più di una carriera. Archivia l’era dei Fab Four, tanto per cominciare, il gruppetto di invincibili nel quale Andy ha fatto spesso la parte del brutto anatroccolo. Ironico che, con Federer in versione highlander e Nadal e Djokovic risorti dalle ceneri dei propri malesseri, ad alzare bandiera bianca per primo sia stato proprio uno dei meno “anziani” del gruppo (il più giovane è Nole, che è nato appena una settimana dopo Murray). Banale dire che senza quei tre il curriculum di Andy avrebbe raccontato ben altri trionfi, in fondo tutti quelli che arrivano al vertice hanno una loro antitesi sportiva. Lui ne aveva tre, innegabilmente più dotate di talento. E questo spiega, in parte, anche la resa dello scozzese, che per stare lì, tra i migliori del mondo, ha dovuto chiedere troppo al suo corpo. Spingendolo, oltre ogni logica, anche laddove i suoi colleghi e avversari non sono mai arrivati. Ha vinto sulla terra rossa di Roma, cosa mai riuscita a Federer e non così ovvia per un tennista con le sue caratteristiche. Roger che, al pari di Djokovic, non ha mai vinto l’oro olimpico. Nadal ci è riuscito nel 2008. Murray ha fatto meglio di tutti, salendo sul gradino più alto del podio olimpico per due volte di fila, 2012 e 2016, unico giocatore nella storia a realizzare l’impresa. Ha trascinato la Gran Bretagna alla Coppa Davis 2015 a suon di 3-2: i punti erano sempre quelli, i suoi due singolari e il doppio giocato con il fratello Jamie. Praticamente ha vinto l’insalatiera da solo. 

LA SCOZIA NEL CUORE 
I trionfi in nome dell’Union Jack sono stati quelli che hanno davvero nobilitato la sua carriera. Gli inglesi, che a inizio lo carriera lo abbracciavano solo quando vinceva (quando perdeva tornava a essere scozzese), si sono inchinati a lui ai Giochi di Londra, lo hanno esaltato quando un anno dopo ha riportato la bandiera britannica al trionfo di Wimbledon 77 anni dopo Fred Perry, lo hanno amato per la Davis, che era stata britannica nel 1936 per l’ultima volta. E lui? Ha speso fino all’ultima goccia di sudore per farsi amare a Londra e dintorni, salvo, alla vigilia del voto per l’indipendenza della Scozia, dirsi pronto ad abbracciarne la bandiera in coppa Davis. Posizione che gli generò una discreta impopolarità. Ma in un mondo dello sport ovattato dalle frasi di rito, Murray ha saputo ribaltare stereotipi e convinzioni di ogni tipo. Cresciuto dalla femminista mamma Judy nel rispetto delle donne, ha lanciato un segnale forte scegliendo Amelie Mauresmo come sua allenatrice e si è speso per i diritti delle colleghe - dalla parità dei prize money nei tornei alla necessità di dare più visibilità ai match di cartello della Wta. Esce di scena con tre Slam vinti (Us Open 2012, Wimbledon 2013 e 2015), un titolo alle Atp Finals, due ori olimpici, una coppa Davis e, salvo miracoli, 45 tornei vinti complessivamente nel circuito. È stato numero uno del mondo per 41 settimane, tra la fine del 2016 e l’agosto 2017. E ha detto basta, tanto per stare in tema, nel suo luogo “maledetto”: a Melbourne cinque finali, tutte perse. Mancherà, come sportivo e come anti-personaggio: un altro invito alla crescita per i talenti della Next Gen. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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