Gianluca Guidi, allenatore delle Zebre, fa le carte al Sei Nazioni che inizia sabato: «Avanti con i giovani azzurri»

Gianluca Guidi, allenatore delle Zebre, fa le carte al Sei Nazioni che inizia sabato: «Avanti con i giovani azzurri»
di Paolo Ricci Bitti
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Lunedì 1 Febbraio 2016, 08:54 - Ultimo aggiornamento: 10:50

Vigilia della diciassettesima edizione del Sei Nazioni, 122a dal 1883, vista dal lato dei commissari tecnici. Ricapitolando: l’attuale allenatore dell’Italia, il francese Jacques Brunel, lascerà alla fine di questo Torneo e solo allora farà un bilancio della sua avventura. Il ct prossimo venturo, l’irlandese Conor O’Shea, ancora non parla sicché la sua nomina non è stata ufficializzata.
Non resta che interpellare il successivo allenatore degli azzurri, il livornese Gianluca Guidi, che prenderà le redini della nazionale attorno al 2021, ventidue anni dopo la breve parentesi di Massimo Mascioletti e 32 dopo il biennio di Loreto Cucchiarelli. In mezzo solo ct stranieri dalle fenomenali o discrete o misere fortune.

«Eh? Ct dell’Italia? Piano piano - risponde Guidi che, anche senza Skype, si intravede alle prese con gesti scaramantici - La ringrazio per la fiducia, ma mi sembra prematuro...». 

Guardi, l’altro ieri Franco Ascantini, tra i più illuminati strateghi del rugby italico nonché assistente del profeta Villepreux, ha preso per il bavero chi scrive intimando: «Quando metterete nero su bianco che la nazionale va affidata a un italiano e che quell’italiano deve essere Guidi?»

«Ringrazio per la stima da parte di un maestro come Ascantini, ma per adesso non posso che cercare costantemente di migliorarmi». 

Finora il livornese di 47 anni, ex mediano di mischia, a migliorarsi c’è riuscito più che bene: dopo i 5 caps in nazionale e la brillante conduzione delle under 18 e 20 azzurre, ha vinto due scudetti con il Calvisano e, in questa stagione, ha portato a 7 vittorie internazionali le Zebre, la franchigia di Parma che insieme al Benetton Treviso (zero, zerissimo, successi in 12 mesi) rappresenta l’Italia nelle massime competizioni europee. 

«E almeno tre partite le abbiamo perse di un soffio perché non siamo ancora abituati a lottare punto a punto fino alla fine».
 
Come l’Italia nel Sei Nazioni, del resto?


«Beh, Zebre e Treviso sono il serbatoio principale della nazionale anche se Brunel - il che mi ha fatto molto piacere - ha chiamato anche tre giocatori del campionato di Eccellenza (la serie A, ndr) nel gruppo dei 30 convocati. Certe scelte sono state dettate dall'enorme numero di infortunati, altre no, segno che il bacino di scelta si va finalmente ampliando». 

Tredici dei 30 convocati sono “zebrati”, compresi nomi nuovi come l’apertura Edoardo Padovani, il flanker Jacopo Sarto e la terza linea sudafricana equiparata Andries Van Schalkwyk. 

«Logico che sia così, le franchigie a questo servono, a preparare i giocatori per la nazionale che è il traino unico e imprescindibile del movimento». 

Ma c’è chi, di fronte alle tante debacle in Europa, vorrebbe che le risorse federali per Zebre e Treviso venissero redestinate al campionato. 

«Sarebbe un grave errore abbandonare questo percorso, che inizia in realtà a dare frutti, per avventurarsi di nuovo in un territorio da esplorare. Remare in direzioni diverse resta il grande handicap delle varie componenti del rugby italiano: ora abbiamo una sequenza delineata (accademie, Eccellenza, coppe europee) e su di essa dovrebbero lavorare tutte le forze del movimento. Che è poi quello che fanno in Scozia, ad esempio, ottenendo risultati lusinghieri, anche perché non fanno tante fisime quando si tratta di inglobare, al servizio del sistema, talenti equiparabili di altre scuole». 

Che cosa possiamo allora attenderci dall’Italia, detto che le quote dei bookmaker sono - al solito - impietose? 

«Sarà un Torneo particolare: potenze assolute come Inghilterra e Francia sono state affidate a nuovi tecnici dopo le prestazioni deludenti ai mondiali ed è difficile prevedere le loro prestazioni pur con un valore di base stratosferico. Vedo bene l’Irlanda: il ct Schmidt, nonostante una coppa del mondo sotto le attese, resta a mio avviso il più bravo di tutti». 

Già, ma gli azzurri? 

«Dieci esordienti non sono pochi nel gruppo del 30 e soprattutto ”davanti” (in mischia, ndr) non sarà facile. Ho tuttavia molta fiducia in debuttanti come il pilone Andrea Lovotti e l’apertura Padovani, oltre che in George Fabio Biagi e in Carlo Canna, che stanno giocando molto bene e che dimostrano i risultati ottenibili seguendo un progetto. E poi Brunel è un ct di forte esperienza, capace di far rendere al massimo i giocatori: è stato capace di completare il gioco della nazionale. Troverà le contromisure per arginare la sofferenza in mischia chiusa, tra l’altro una fase di gioco che sta riducendo la sua frequenza di anno in anno, anche se si tratta di uno dei nostri tradizionali punti di forza. Insomma sarà dura, durissima, ma al tempo stesso la pressione sarà sempre sugli avversari e ci sarà la possibilità per i nostri giovani di emergere con coraggio». 

E poi c’è il capitano Parisse. 

«Che fenomeno mondiale, un asso, miglior atleta del campionato francese che ha vinto guidando lo Stade Francais. Grazie anche al buon rapporto con il presidente federale Gavazzi, è un giocatore capace di caricarsi sulle spalle tutta la nazionale». 

Lei era in campo a Grenoble nel 1997 quando la banda di Coste buttò giù dalle torre la Francia conquistando l’invito al Sei Nazioni... 

«...che fino ad allora noi italiani non potevamo nemmeno sognare. Poi arrivò Georges  e costruì una squadra che non aveva paura di sfidare i grandi del rugby».
 
Ormai 20 anni dopo quel trionfo, siamo in una posizione migliore o peggiore di quella che ci si poteva attendere? 

«Tutto si poteva e si può fare meglio, ma, nonostante 16 edizioni del Torneo ancora c’è chi non si rende conto appieno del contesto storico, sportivo, economico del Sei Nazioni. In meno, molto meno di una generazione, siamo diventati abitanti di un mondo favoloso che già ospitava gli avversari da oltre un secolo. Loro avevano già tutto e noi niente. Sì, rispetto ai rivali paghiamo sempre arretratezze strutturali come quella dello sport a scuola, ma del resto non possiamo sempre tirare fuori alibi. Velasco disse che non poteva attendere 25 anni perché la scuola italiana cambiasse per fare una nazionale vincente. Cerchiamo di essere coerenti con il progetto scelto e, con la consapevolezza di chi siamo e da dove veniamo, mettiamoci il massimo impegno».

Impegnatissimi sono sempre i tifosi: nonostante le rare vittorie azzurre riempiono sempre l’Olimpico. 

«Meraviglioso. Ecco loro forse, con il cuore, hanno capito prima di tanti altri ”esperti” che cosa significhi il Sei Nazioni e che magnifica avventura sia vivere i suoi match allo stadio, a Roma come a Dublino o Cardiff. Ma li abbiamo contati i bambini che grazie al Sei Nazioni si sono messi a giocare a rugby? Che poi arrivino in Nazionale conta fino a un certo punto, di sicuro saranno cittadini migliori».

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