Rugby, il 1972 a Frascati e a Llanelli: dalla polvere del Mamilio al ko degli All Blacks in due documentari imperdibili Video Segue dibattito

Rugby, il 1972 a Frascati e a Llanelli: dalla polvere del Mamilio al ko degli All Blacks in due documentari imperdibili Video Segue dibattito
di Paolo Ricci Bitti
4 Minuti di Lettura
Giovedì 4 Febbraio 2016, 01:08 - Ultimo aggiornamento: 5 Dicembre, 21:46

Frascati, 1972. Llanelli (Galles, si legge klanekli), sempre 1972. Sappiate che se andate avanti a leggere forse vi verrà voglia di vedere un filmato di 16 minuti e un altro di 58. Poi, come al cineforum, si potrebbe aprire il dibattito a proposito di Italia e Sei Nazioni, con filosofiche domande: da dove veniamo? chi siamo? dove vogliamo andare?

Il filmato più lungo è un meraviglioso documentario della Bbc sul celeberrimo exploit del club gallese che 44 anni fa batté gli All Blacks, un match entrato nella leggenda e con mille capitoli, dall’allenatore dei rossi, Carwin James, poi anche a Rovigo, al pilone neozelandese Keith Murdoch, la cui vita è divenuta anche un’opera teatrale. Insomma, ci sarebbe da scriverci un libro e infatti quella giornata memorabile di libri ne ha ispirati parecchi. E’ un documentario comunque noto, anche se non notissimo, fra i rugbysti, magari un po’ meno fra quelli italiani.
L’altro filmato, quello corto, in bianco e nero, è un servizio della Rai: ”Invito allo sport”, si intitola, ed è firmato da Armando Tamburella, Giuseppe Lizza e Gianni Fensore. E’ un allenamento del Cumini Frascati, al glorioso Mamilio, con le ”tribune” scavate nel tufo, un’arena che intimoriva tutti gli avversari, veneti e aquilani compresi e dove il termine "lapidazione" (con tutti quei frammenti di tufo a portata di mano) assumeva preoccupanti significati evangelici. No, non è un’impressione: mentre vedete il servizio, dallo schermo del vostro pc o telefonino esce davvero la polvere di tufo nonostante siano passati 44 anni dalle riprese. È senza dubbio un reperto più prezioso, nella sua unicità, del colorato documentario della Bbc.

QUI IL DOCUMENTARIO DELLA BBC

Il video Rai è sbucato da qualche tempo su Youtube e non è stato facile contestualizzarlo: non ricorda di averlo visto persino Paolo Paoletti, bandiera del Frascati, nonché azzurro, di quegli anni: in campo non c’era perché appena passato al Cus Genova. Inutile riassumervelo, ma vi trovate molti spunti di quelli raccontati di recente in occasione dell’addio ad Anacleto Altigieri. Un rugby da pionieri. Commovente il passo sulle trasferte in treno. Quel Cumini era comunque una squadra da metà classifica della serie A (unica), difficilissima da battere in casa. Eppure guardate il livello delle azioni (in allenamento!), l’abbigliamento, lo scenario, ascoltate gli ”sfondoni” sul regolamento del cronista, forse a corto di materiale su cui documentarsi. 
Era un servizio preparato, annunciato, eppure non si riuscì a schierare 15 giocatori (il lavoro era il lavoro per quei rugbysti) per mostrare ai telespettatori tutti i ruoli (in campo manca un’ala). Dal punto di vista antropologico quelle immagini sono fenomenali, da quello della promozione del rugby temo non abbiano sortito gran risultati, anche se l’orgoglio di quei giovani giocatori è bello da ascoltare.

QUI IL DOCUMENTARIO DELLA RAI

IL DIBATTITO
E adesso il dibattito: nel 1972 un club gallese batteva gli All Blacks, nel 1972 un club italiano sembra animare il set di un film da neorealismo post-conflitto. Si possono e si devono fare tutti i distinguo del mondo e si potrebbe anche dire che nessuno dei due filmati esprime novità. Che il gap fra i due mondi fosse evidente è arcinoto. Volete mettere il Llanelli con tanti assi del Galles della Golden Era a confronto con il Frascati del Mamilio? Via, andiamo. 

In realtà - per chi non c’era o per chi nel 1972 era ancora un bambino - un conto è sentire raccontare di mondi passati, al massimo rappresentati in sbiadite fotografie, un conto è vederli in un servizio televisivo. 
Nel 1972 mancavano ancora 26 anni all’invito dell’Italia nel Sei Nazioni: una generazione, poco più, poco meno. Ma fra quei rugbysti del Frascati e il Cinque Nazioni di allora c’erano 26mila anni, non 26.
 


Allora, per quante batoste continui a prendere l’Italia nel Torneo, per quanto tempo sia stato sprecato, per quanti errori si continuino a fare nell’investire nel modo migliore le enormi risorse generate dal Championship, che senso ha farsi flagellare o flagellarsi ogni anno alla vigilia del Sei Nazioni? Per di più davanti all’entusiasmo dei tifosi che riempiono sempre l’Olimpico?

Le considerazioni di altri sport italiani si possono e si devono ascoltare, ma poi quanti di essi sono così vincenti e quanti di essi portano tante persone allo stadio? E il fuoco amico, invece, come catalogarlo? Le critiche, se fondate (e molte lo sono) aiutano a migliorare, certo, ma davvero è sempre tutto da rifare?

Nel 1972 molta parte del rugby italiano era come quello di Frascati: 44 anni dopo, molto meno di due generazioni, il rugby italiano è quello sì dai molti cucchiai di legno, ma anche quello delle decine di migliaia di minirugbysti e di Carlo Canna, 23 anni, che dentro l’epopea del Sei Nazioni c’è cresciuto fin da bambino e che trova normale sfidare gli inglesi a Twickenham.
 

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