Rugby, Mondiali, proteste per le medaglie rifiutate: Itoje, il rugbysta poeta stizzito che dimentica Kipling e il ct Erasmus che lo ricorda Video

Lunedì 4 Novembre 2019 di Paolo Ricci Bitti
Rugby, Mondiali, medaglie rifiutate: Itoje, il rugbysta poeta stizzito che dimentica Kipling e il ct Erasmus che se lo ricorda

“… Se sai affrontare il Successo e la Sconfitta e trattare questi due impostori allo stesso modo…” (Da If, Lettera al figlio, 1895, Rudyard Kipling)

Medaglie d’argento rifiutate alla finale dei Mondiali di rugby in Giappone: un gesto di stizza in mondovisione, un atto di maleducazione che ha scatenato una pioggia di giuste critiche soprattutto perché nessuno avrebbe mai potuto immaginare un modo così sgarbato di fare da parte dei protagonisti in un ambiente del tutto estraneo a questi atteggiamenti. Un ambiente che in effetti ha nella stessa serata mostrato, con altri personaggi, che cosa significhi appartenere al mondo del rugby.

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Sabato sera a Yokohama il Sudafrica ha sconfitto 32-12 la favorita Inghilterra nella finale della nona edizione della Coppa del Mondo. Partiti con la corona già in testa al fischio d’inizio, gli inglesi, la settimana scorsa dominatori degli Dei All Blacks, hanno vissuto alla fine il più amaro degli insuccessi. Una delusione di farti cadere in ginocchio, in effetti.

Ma non al punto di farti diventare indisponente come hanno fatto le stelle inglesi Maro Itoje e Kyle Sincler e anche, in maniera più discreta, lo stesso ct nippo-australiano dell’Inghilterra, Eddie Jones, che, avesse trionfato, sarebbe stato nominato Sir dalla Regina Elisabetta

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Il primo ha persino impedito al presidente di World Rugby, il leggendario inglese Bill Beaumont, di mettergli la medaglia d’argento al collo durante la cerimonia nel dopopartita: il gigante l’ha presa con le mani e poi se l’è nascosta addosso come se se ne vergognasse. Il secondo se l’è sfilata dal collo con rabbia un passo dopo averla ricevuta.

Il ct, con più calma, se l’è messa qualche istante dopo nella tasca della giacca.

Lo snobbare quelle medaglia in diretta sulle tv di tutto il mondo ha innescato una valanga di commenti tra lo stupito e l’irato in tutto il mondo. Rarissimi gli "Hanno fatto bene" rispetto ai predominanti "Bisogna saper perdere", soprattutto nel rugby in cui alla battaglia del match segue la pace del terzo tempo. Figurarsi che cosa ne ha pensato il principe Harry, patrono della federugby inglese, che già in tribuna ha fatto i complimenti, abbracciandolo, al presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, per poi andare fin negli spogliatoi degli Springboks per felicitarsi con i neocampioni del mondo.

Sia Itoje, seconda linea, sia Sinckler, pilone, sono due assi della squadra inglese: hanno 25 e 26 anni e sono titolari fissi da tempo e avranno tempo di rifarsi ai prossimi Mondiali in Francia nel 2023. Itoje, poi, diventerà di certo capitano della nazionale e anche dei Lions, la superformazione britannica che nel 2021 andrà in tour in Sudafrica ad affrontare i campioni del mondo: in quei match si troveranno di fronte due capitani neri, Siya Kolisi, che sabato sera ha alzato la Coppa del Mondo, e appunto Itoje, fenomenale e bellissimo gigante nero londinese di Camden nato da diplomatici nigeriani. 

A 25 anni ha già vinto campionati e coppe dei campioni in Inghilterra senza mai smettere dii frequentare i corsi di Letteratura e Cultura orientale della London University. Conosce a memoria gran parte dei 154 sonetti di Shakespeare ed è a lui che si ispira quando scrive pubblicate poesie come questa, forse scritta in vista della finale mondiale: “Arriva un giorno/quando un ragazzo deve diventare un uomo/quando la paura deve trasforma in coraggio/quando i pensieri devono rafforzare la tuta Fede/ quando questa Fede deve guidare le tue azioni”.

Ecco perché tanti fedeli del rugby - lo sport inventato dagli inglesi per educare la loro classe dirigente, lo sport che fino a pochi anni fa si è tenuto lontano dalle volgarità del professionismo - si sono sentiti traditi, delusi e offesi per quella medaglia snobbata: ma come proprio lui, proprio Itoje, uno dei più bravi giocatori di sempre, fantastico in campo e brillante fuori? Si potrà pure essere tramortiti per un ko di tale portata, ma perché tanta stizza, tanta malagrazia. Lui è un leader nato, un esempio da seguire, uno che si sta ad ascoltare per ore mentre mescola mete e rime, placcaggi e sonetti, mischie e competenti interventi di Storia e Geopolitica mondiale.

Ecco, magari adesso Itoje, che ieri in una lunga intervista al Telegraph non è tornato sull’episodio perdendo una prima occasione per chiedere scusa, potrebbe ripassare la poesia If di Kipling che certo gli hanno insegnato alle elementari.

Potrebbe anche ricordare quella frase del suo illustrissimo predecessore, Jason Leonard, 114 presenze per l’Inghilterra e 5 per i Lions, campione del mondo nel 2003, uno che - il più tardi possibile - andrà di certo in Paradiso “perché – recita un primordiale detto ovale - ha già vissuto in Terra l’Inferno della prima linea della mischia”. Ebbene Leonard rispose così a chi gli aveva chiesto un parere sul fatto che il rugby diventasse sempre più duro e spietato, specialmente per i piloni: “Ma veramente è dura andare tutti i giorni in miniera, in fonderia, alla catena di montaggio, è dura fare sempre il proprio dovere in famiglia e sul lavoro. Noi rugbysti siamo dei privilegiati”.

Ed ecco che arriviamo, restando a Yokohama, al polo opposto del gesto inqualificabile di Itoje, ovvero al ct Rassie Erasmus che ha condotto alla conquista del mondiale la squadra da lui affidata – e non era mai accaduto prima – a un giocatore nero, Siya Kolisi.

«Dite che abbiamo vinto perché avevamo meno pressione dell’Inghilterra? - ha risposto il ct ai cronisti nel dopopartita, lui che di sicuro Kipling non l'ha dimenticato  - Già in queste settimane con i giocatori ne abbiamo parlato spesso e abbiamo convenuto che nel nostro bellissimo Paese la pressione è non avere un lavoro, piangere un parente ucciso per una rapina, fare i conti con le dure difficoltà quotidiane di tanti milioni di persone. Ecco, queste sono le pressioni per noi, mentre il rugby, anche ai Mondiali, non deve mai essere un fardello, ma l’enorme privilegio di dare speranze, di mettere tutti insieme alla tv e nella vita senza fare mai distinzioni di razza, etnia e ceto».

Ed ora il capitano Siya Kolisi che sa bene di che cosa parla il ct, lo stesso tecnico che ne vide luccicare il talento già a 16 anni e lo strappò dal ghetto di Port Elizabeth. «Avere il sostegno – ha detto il gigante xhosa, come Mandela - di tutti i 57 milioni di sudafricani di ogni razza, di ogni etnia, è stato determinante: questa squadra è così, multirazziale, è la nostra forza. Avevo solo 4 anni quando Madiba diede la Coppa al capitano Pienaar (un boero, ndr) ma poi con i compagni ci siamo impegnati per ripetere quel giorno, per dimostrare che se si lavora tutti insieme si può raggiungere ogni obbiettivo e che ognuno, anche se parte dalla parte più povera della società può arrivare in alto se gli viene concessa un’opportunità come quella che con il rugby ho avuto io di lasciare la baraccopoli».

Il rugby può anche deluderti, ma poi riesce sempre a placcarti di nuovo.

Ultimo aggiornamento: 13 Novembre, 09:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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