Rugby, morto Marco Bollesan, il capitano azzurro che insegnò agli italiani la meraviglia del rugby. Quella réclame per i duri

Rugby, morto Marco Bollesan, il capitano azzurro che insegnò agli italiani la meraviglia del rugby. Quella réclame per i duri
di Paolo Ricci Bitti
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Lunedì 12 Aprile 2021, 12:26 - Ultimo aggiornamento: 13 Aprile, 01:11

 «Peccato che non sei nato in Inghilterra» gli disse nel terzo tempo l’avversario che dell’Inghilterra era il capitano e che si era appena dannato l’anima per battere, con una squadra di contea, la nazionale azzurra del 1970 in trasferta. Una nazionale allora per nulla considerata dalle Grandi e guidata da un’intrattabile terza linea centro, un ragazzone genovese biondocenere più noto all’estero che in patria. Marco Bollesan, timoniere della mischia, meritava l’enorme complimento: era già il giocatore di rugby più conosciuto in Italia quando in Italia il rugby non era conosciuto. 


WALK OF FAME


Ieri è salpato nelle nebbie del ricovero in una casa di cura a Bogliasco ed è entrato nella luce della gloria alimentata da una vita corsara non solo in campo. L’unico rugbysta nella Walk of Fame al Foro Italico del Coni è morto a 79 anni, nello stesso giorno che si è portato via l’asso Massimo Cuttitta: era stato azzurro 47 volte dal 1963 al 1975, quando la nazionale giocava 3 o 4 partite l’anno; capitano per 34 match; ct alla prima coppa del mondo del 1987, quella con il risultato migliore, e poi navigato allenatore di club a Milano e team manager degli azzurri.

Due scudetti da giocatore, Partenope Napoli e Brescia, e tre mancati di un soffio con l’unica squadra che portava nel cuore, il Cus Genova. Figlio di un veneto e di un’emiliana, si infuriava con chi gli sottolineava troppo i natali a Chioggia (Venezia), per non dire di chi sosteneva Zagabria. «Sono genovese, punto. Cresciuto nelle risse dei caruggi e innamorato del rugby perché mi ha strappato a una vita che poteva non mettersi bene».


Di fatto il primo italiano professionista in Italia, ché grandi acciaierie, da Genova, dove è stato tirato su dalla nonna materna, a Napoli, chiudevano un occhio sui turni di lavoro di quel talento che avevano assunto per rafforzare la squadra della città. Qualcuno - ipocrita - gli dava del “mercenario”, ma intanto non fuggì mai verso il professionismo marron della Francia che lo voleva, e poi davvero nessuno poteva rivaleggiare con il suo coraggio e la sua leadership.


E’ stato anche il primo rugbysta chiamato a fare da testimonial nella pubblicità, anni 70 e 80, quando mete e placcaggi erano vagamente noti alla maggior parte degli italiani solo grazie a due réclame: quella di un orologio americano (Timex) e quella di una schiuma da barba a dir poco miracolosa visto che riusciva ad addomesticare la pellaccia di un duro come Ballosan, inquadrato in primo piano con il viso affiancato a un pallone (ovale) di cuoio certo più soffice delle sue guance segnate da mille cicatrici, di cui Marco si vantava già alla prima birra.


BATTUTO IL COVID


L’estate scorsa, nonostante il fisico assai prosciugato dalla malattia, era riuscito a mettere al tappeto anche il Covid: fin da ragazzo è stato un tipo tosto per farsi largo in un mondo che gli aveva riservato poche comodità e pure il dolore di piangere troppo presto l’adorata prima moglie Mariangela, nome da lui dato anche a “giocate” della mischia. Ed era sempre pronto a dividere il molto o il poco che aveva con gli altri: ultrasettantenne si buttò senza pensarci un attimo fra le onde altissime del porticciolo di Boccadasse, dove era andato ad abitare, perché la tempesta stava ghermendo le piccole barche dei pescatori-pensionati. Si fratturò un braccio, ma salvò quelle barche come il gigante Gulliver con i lillipuziani. 


I MINATORI GALLESI


Chi lo ascoltava per la prima volta poteva pensare che i suoi roboanti racconti di rugbysta ai quattro angoli del mondo fossero incredibili: dallo scambio di “cartoni” con il veterano colosso francese Crauste “Le Mongol” (e Bollesan era al debutto) ai gallesi sporchi di carbone che passavano direttamente dalle miniere ai placcaggi.

Invece era tutto vero, una magnifica sceneggiatura della sua vita finita nero su bianco nel libro “Una meta dopo l’altra” scritto nel 2012 per Limina da Gabriele Remaggi, un genovese ugualmente giocatore di rugby, un pilone letterato che tristemente ci ha lasciato ancora prima di Bollesan il guerriero, il protagonista dell’epopea della palla ovale italiana che ha aperto i primi varchi nella difesa dell’arroccato establishment anglosassone, varchi poi allargati dalle generazioni successive approdate al Sei Nazioni. Se si ritiene che lo sport e la vita possano di continuo intrecciarsi e sostenersi a vicenda, quel libro è il testamento-manifesto di Marco Bollesan da leggere dopo averlo salutato per l’ultima volta senza lacrime, come avrebbe voluto lui. 

Paolo Ricci Bitti

Rugby, una borsa di studio della Fir per ricordare il pilone letterato Gabriele Remaggi

La nota della Fir

Quarantasette volte azzurro, trentaquattro volte capitano della Nazionale, Commissario Tecnico alla prima Rugby World Cup del 1987, Team Manager nelle rassegne iridate del 2003 e del 2007, fondatore delle Zebre nella loro forma originaria di invitational club italiano.

“Leggenda” non è un termine abusato quando lo si lega al nome di Marco Bollesan, Azzurro numero 193, unico rugbysta inserito dal CONI nella Walk of Fame che attraversa il Parco del Foro Italico, scomparso ieri sera 11 aprile a Genova. Avrebbe compiuto ottant’anni il prossimo 7 luglio.

Dal suo debutto con l’Italia, nemmeno ventiduenne il 14 aprile del 1963 a Grenoble contro la Francia, un’istituzione del rugby azzurro, una bandiera, un simbolo in anni in cui la palla ovale era lontanissima dai riflettori odierni e il Sei Nazioni, per il nostro rugby, più un sogno che un’ambizione.

Nato a Chioggia ma cresciuto a Genova, flanker nelle fila del CUS del capoluogo ligure, dopo essersi imposto come una delle migliori terze linee del panorama nazionale era passato alla Partenope conquistando il titolo di Campione d’Italia del 1966 prima di rientrare al suo club d’origine, sfiorando per tre anni il titolo tricolore con i genovesi per poi conquistarlo nel 1975 con la maglia del Brescia, nello stesso anno della sua ultima apparizione in azzurro contro la Cecoslovacchia a Reggio Calabria. 

In carriera aveva avuto il privilegio di capitanare l’Italia in occasione dello storico tour sudafricano del 1973, uno dei punti di svolta nella storia della palla ovale nostrana e, nello stesso anno era stato tra i soci fondatori delle Zebre. 

Nominato Commissario Tecnico, in tandem con Gianni Franceschini, nel primo mandato della presidenza Mondelli, aveva guidato la Nazionale alla prima Rugby World Cup del 1987 in Nuova Zelanda, sfiorando l’accesso ai quarti di finale.

Tra il 2002 ed il 2008 era rientrato nello staff della Nazionale come Team Manager durante le gestioni di John Kirwan e Pierre Berbizier, ultimi passi professionali di una vita interamente dedicata al servizio del rugby italiano.   

“Per i rugbisti della mia generazione, per chiunque abbia praticato lo sport tra gli Anni ’60 e gli Anni ’80, ma anche per chi è venuto dopo Marco Bollesan è stato un esempio, l’epitome del rugbista coraggioso, il simbolo di un Gioco dove fango, sudore e sangue rappresentavano i migliori titoli onorifici. Ha contribuito a far conoscere il rugby nel nostro Paese ben prima della rivoluzione professionistica del 1996, incarnando lo spirito del rugby italiano per oltre due decenni e rivestendo anche negli anni successivi al suo ritiro dal campo una serie di ruoli strategici per la Federazione. Gli saremo eternamente grati per il suo straordinario contributo ed io, in particolare, porterò sempre nel cuore i suoi insegnamenti e l’onore che mi riconobbe assegnandomi, da Commissario Tecnico, i gradi di capitano della Nazionale durante la sua gestione. Siamo vicini alle figlie Miride e Marella ed a tutta la sua famiglia. Il rugby italiano ha perso uno dei suoi figli prediletti” ha dichiarato il Presidente della FIR, Marzio Innocenti, esprimendo il cordoglio della Federazione.

“A nome personale, e del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, esprimo la più sincera vicinanza alla Federazione, al Presidente Marzio Innocenti e a tutta la grande famiglia del rugby in questo momento di profondo dolore per la scomparsa di Marco Bollesan, dopo la prematura perdita di Massimo Cuttitta. Lo sport italiano perde due grandi campioni, mirabili interpreti dei valori che lo caratterizzano e intramontabili esempi di capacità e professionalità. Ricordo con orgoglio l’attribuzione di un posto nella Walk of Fame del CONI, istituita nel 2015, al grande Bollesan, mito senza tempo per i titoli ottenuti e per il suo percorso, che lo ha consegnato per sempre alla storia del movimento. Sono sicuro che il ricordo ispirerà le nuove generazioni, chiamate a emulare gesta intramontabili” ha dichiarato il Presidente del CONI, Giovanni Malagò.

I funerali di Marco Bollesan si svolgeranno martedì 13 aprile alle ore 11.30 presso la Chiesa di Sant'Antonio a Boccadasse, Genova.

Carriera da giocatore 
Caps 47
Caps da Capitano della Nazionale 34
Vittorie 19
Pareggi 3
Sconfitte 25
Esordio in Nazionale: Francia v Italia 14-12, Grenoble 14 aprile 1963
Ultimo test-match: Italia v Cecoslovacchia 49-9, Reggio Calabria 10 maggio 1975
Titoli di Campione d’Italia: 1965/66 (Partenope Rugby), 1974/75 (Brescia)

Carriera da Commissario Tecnico della Squadra Nazionale (1985-1988)
Test-match 19
Vittorie 7
Pareggi 1
Sconfitte 11

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