Rugby, a Rebibbia la squadra gay di Libera ha sfidato i detenuti dei Bisonti

Sabato 4 Gennaio 2020 di Paolo Ricci Bitti
Rugby, la squadra gay di Libera sfida i Bisonti, detenuti di Rebibbia

A Rebibbia i Bisonti battono Libera nella prima partita di rugby in carcere che ha messo in campo (magari “campo”, visto l’esausto fazzoletto di terra battuta) la squadra dei detenuti e la squadra della comunità gay di Roma. Da una parte i Bisonti, dall’altra Libera, il primo club ovale in Italia esplicitamente per la comunità Lgtb. ma pronto comunque ad accogliere tutti. In mezzo l’arbitro Valerio Amodeo, allenatore di Libera e fra i più conosciuti e appassionati rugbysti non solo nell’ambiente romano.

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 Siamo partiti dalla circostanza meno importante, il risultato, pure parecchio scontato, per dire dell’unione di due iniziative che dimostrano ancora una volta lo spirito di inclusione del rugby: mentre si gioca è battaglia, dura, senza sconti, scoccano scintille, poi viene la pace più bella del mondo. Il terzo tempo, insomma - e pazienza se in questi casi, dietro le sbarre - è strettamente analcolico. 
 

 

Fra gli psicologi che lavorano a Rebibbia ce n’è uno che, in fatto di mete e placcaggi, gioca con Libera: così, un paio di mesi fa, è nata l’idea di questo match nel carcere capitolino per intrecciare per un giorno (ma ci sarà la rivincita) il progetto di Libera, nato ormai quattro anni fa con gli allenamenti che si tengono al Tre Fontane, con il progetto Carceri con cui la Federazione italiana rugby ha portato la palla ovale, le sue regole, le sue risate, i suoi lividi e le sue storie di amicizie inossidabili già in 18 istituti carcerari con molti altri (anche femminili) in attesa di aggregrarsi.

Squadre di detenuti come la Drola di Torino e la Giallo Dozza di Bologna partecipano anche ai campionati federali (C2, il più basso, va da sé) con la particolarità che tutte le altre squadre accettano di giocare in trasferta entrambi i match con i carcerati. 


Libera Rugby (da www.liberarugby.it)

E se i benefici, grazie a queste mete - per nulla sporche e per nulla ultime - sono enormi per i carcerati, diventano persino siderali per le centinaia, ormai migliaia di giocatori “in libertà” che una volta l’anno scoprono la realtà degli istituti di pena. 

Scoprono che cosa significhi sentire il sinistro e secco clic clac delle serrature delle grate  che più volte, nei corridoi che portano al campo, si aprono davanti a loro per richiudersi alle loro spalle. Che vedono gli occhi dei detenuti dagli sportellini delle porte blindate; che dividono, alla fine della partita, il rancio con gli avversari; che incrociano gli sguardi con le mogli e i figli dei detenuti in attesa di entrare per la visita mensile; che per tre ore si separano dai cellulari lasciati all'ingresso dopo le perquisizioni. Il progetto Carceri della Fir è una formidabile iniziativa educativa per chi sta fuori, altroché. come sanno bene gli operatori quali Giovanni Zavaroni al quale sono affidati i rugbysti di Rebibbia con l’aiuto di altri tecnici volontari dei Bisonti.

Ecco, niente telefonini: della partita di questa mattina non c’è nemmeno una foto perché per scattare foto in carcere servono permessi che, con tutta la buona volontà, non si è riusciti ad avere in tempo.

“Ma è lo stesso, ci siamo divertiti tantissimo - dice Germana De Angelis, presidente dei Bisonti che ha anche una squadra di liberi che ogni domenica scende in campo anche in C2 sul campo smeraldo un tempo del Cus Roma  - per non dire dell’emozione sui visi dei ragazzi di Libera mentre si avventuravano nel mondo di Rebibbia. Chi entra per la prima volta in un carcere, senza essere obbligato a farlo, vive un’esperienza indimenticabile, che fa riflettere per sempre, che ti fa anche apprezzare con più amore e attenzione ciò che vivi fuori”.


La maglia speciale fatta da Libera per la partita a Rebibbia

Stante lo scenario di gioco (sezione G9, il campetto ristretto, prato solo nella fantasia dei giocatori, ché quello regolamentare ed erboso esterno ai blocchi richiede lunghe procedure di accesso) e la quarantina di giocatori (una ventina per parte) a disposizione, si è deciso di fare quattro tempi a touch-rugby e un ultimo quarto d’ora di rugby vero (contatto): sotto un sole magnifico allora mischie che sbuffano e spingono, placcaggi alle caviglie, collisioni, ruck (raggruppamento con la palla a terra), maul (raggruppamento con la palla in mano), touche (rimesse laterali) con “ascensore” (due giocatori che ne sollevano un terzo). I Bisonti, rodati da tre anni ormai di allenamenti, hanno sempre vinto, ma si sapeva.
 

“E’ inutile, i giocatori, da una parte e dall’altra - continua Germana De Angelis - non vedevano l’ora di giocare a rugby vero, quello che ti appassionata di più. C’è stata la massima correttezza in ogni frangente e anche i ragazzi di Libera, non abituati al campionato, se la sono cavata molto bene. Vogliono tutti ripetere l’esperienza. Avevamo solo un paio d’ore, perché poi il campetto serve per la passeggiata di tutti i detenuti, ma siamo riusciti anche a infilarci il terzo tempo. E ci ha fatto piacere vedere ancora una volta il sostegno della direzione di Rebibbia a queste iniziative: a bordocampo c’erano i vicedirettori Fazioli e Grasselli e registriamo sempre la piena disponibilità dell’amministrazione carceraria e della polizia penitenziaria”. 

Il club di Germana De Angelsis ha tenuto in vita il progetto dei Bisonti che ormai sette anni fa debuttarono nel carcere di massima sicurezza di Frosinone: un esperienza unica che permise di avvicinare al rugby decine di detenuti in carcere con lunghe condanne definitive. Quando l'illuminata esperienza terminò, per via di un'evasione che non riguardava tuttavia i detenuti rugbysti, l'attività dei Bisonti venne trasferita in parte a Rebibbia e in parte nella squadra di giocatori liberi che partecipa al campionato di C2. 

Paolo Ricci Bitti

Ultimo aggiornamento: 6 Gennaio, 16:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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