Carezze, lacrime e abbracci: quando i duri del rugby del Sei Nazioni diventano teneri Gallery

Mercoledì 3 Aprile 2019 di Paolo Ricci Bitti
Quando i duri del rugby diventano teneri: le emozioni del Sei Nazioni nelle foto più belle
Per riassumere le emozioni del rugby, Richard Burton, l'attore gallese sette volte candidato all'Oscar e in gioventù notevole giocatore fra i giganti della mischia, diceva: «E' uno spettacolo magnifico: balletto, opera e all'improvviso il sangue di un delitto». Ecco allora, dall'ultima giornata del Torneo delle Sei Nazioni appena terminato, una carrellata di immagini con carezze, lacrime, abbracci e tenerezze che rappresenta l'altra faccia del mondo dei duri del rugby. 

L'ABBRACCIO
Italia-Francia è finita malissimo per gli azzurri che all'Olimpico hanno sprecato una colossale occasione di interrompere un rosario di 21 sconfitte consecutive. Era anche l'ultima partita a Roma del capitano Sergio Parisse e dell'altro veterano Leonardo Ghiraldini che - delusione su delusione - si è pure rotto i legamenti del ginocchio destro mettendo a repentaglio la partecipazione alla Coppa del Mondo in ottobre in Giappone. Così, alla fine dell'amarissimo match, Parisse è andato ad abbracciare l'amico di tante battaglie che dovrà lottare con tutte le forze per concludere - come merita - una lunga carriera.


Foto di Andrea Staccioli Insidefoto

LE CAREZZE DEI "NEMICI"
L'azzurro Leonardo Ghiraldini è a terra durante Italia-Francia all'Olimpico: gli sono saltati i legamenti del ginocchio destro con quel terribile crack che ogni giocatore teme perché sa che un infortunio come questo può mettere fine alla carriera. L'hanno capito anche i giocatori francesi  Maxime Medard e Yoann Huget, i "nemici" che, fino a pochi istanti e prima, non risparmiavano certo i colpi agli avversari italiani. Ma i tre giocano insieme da tempo in Francia, nel Tolosa, ed ecco allora che Medard fa una carezza sulla guancia di  "Leo" mentre Huget cerca di rincuorare il "rivale" italiano tenendogli una mano. 


Foto di Stefano Pessina Onrugby

IL CALORE DELL'AMICIZIA
Galles-Irlanda, di fatto la finale del Sei Nazioni. Il capitano Alun Win Jones si accorge che il bambino di 9 anni scelto quale mascotte della nazionale gallese trema per il freddo dell'inverno gallese: sta piovendo a dirotto e in campo sono già tutti bagnati prima ancora degli inni perché l'Irlanda ha chiesto e ottenuto di giocare lasciando aperto il tetto del Principality Stadium. La motivazione non è racchiusa nella leggenda (che poi è verità) che non si può negare a Dio la vista da lassù di un match del Galles, ma più prosaicamente nel tentativo di bagnare le polveri al fulminante attacco dei padroni di casa. Il gigantesco Jones, a ogni modo, si toglie la giacca della tuta e vi avvolge il bambino intirizzito che poi stringerà a sé mentre guida il canto dello struggente inno "La terra dei miei padri".




Foto da Bbc e di Aled Llywelyn/Huw Evans/Rex/Shutterstock Walesonline

DI PADRE IN FIGLIA
Il Galles ha trionfato sull'Irlanda e ha vinto il Sei Nazioni battendo tutte le avversarie (Grand Slam), un'impresa che alla vigilia sembrava impossibile: il capitano Alun Win Jones commosso prende in braccio la figlia nata sei mesi fa e la protegge dalla pioggia con una copertina.


Foto di Tom Martin/Wales News Service - Walesonline

DI PADRE IN FIGLIO
Il capitano azzurro Sergio Parisse manda giù per un istante l'amarezza e le lacrime per la durissima sconfitta con la Francia: sul campo è stato raggiunto dal figlio Leonardo, ormai due anni, il cui nome è scritto anche sulla fascia che il gigante porta all'avambraccio destro. Davanti a "Parisse piccolo", "Parisse grande" ritrova il sorriso per trasmettergli, senza dire una parola, una lezione: perdere dalla Francia fa male, ma domani e gli altri giorni il sole sorgerà di nuovo nell'attesa di tentare di nuovo di batterla.


Foto di Ettore Ferrari - Ansa

LE LACRIME
Italia-Francia era la sua partita d'addio in maglia azzurra a Roma, allo Stadio Olimpico e al Sei Nazioni, ché le sue ultime partite in nazionale il capitano Sergio Parisse le giocherà ai mondiali in autunno in Giappone. Meritava un altro epilogo la carriera "eterna" del 35enne veterano, 139 volte in azzurro dal 2002: battuti tutti i record mondiali di longevità sui campi da rugby sui quali avrebbe potuto giocare anche per gli All Blacks (detto dagli All Blacks). Invece è finita male, niente gloria, solo l'ennesima sconfitta e in più si è fatto seriamente male anche l'amico Leo Ghiraldini. Per la prima volta, in 139 partite, dopo al match all'orgoglioso guerriero mancano le parole, restano placcate in gole e gli occhi si riempiono di lacrime.  


Foto di Pino Fama - Cfp


MA CHE ABBIAMO COMBINATO?
Con il rammarico nel cuore degli scozzesi dopo il pareggio 38-38 a Twickenham si potrebbe lastricare tutta la Manica e rendere inutile la Brexit. La Scozia non vince nella "Fortezza" degli arcinemici inglesi da 36 anni e anche questa volta aveva contro ogni pronistico: e infatti dopo 30 minuti è già sotterrata 31-0, più di un un punto al minuto! La più gigantesca batosta della storia era dietro l'angolo per la nazionale del Cardo. Invece, con la più grande rimonta mai vista su un campo da rugby, al 70' la Scozia marcava la meta del sorpasso 31-38: sei mete di seguito all'Inghilterra. Non ci era mai riuscito alcuno: neppure gli All Blacks di Jonah Lomu. Il vallo di Adriano trasformato nella Grande muraglia cinese. Con un imperialistico soprassato gli inglesi hanno però rialzato la testa riuscendo a pareggiare nei minuti di recupero: per loro un pareggio di Pirro, per gli scozzesi, vedi i volti di Graig Laidlow e Chris Harris, il rammarico di aver stretto fra le mani, prima che volasse via beffarda, un'impresa che valeva la Gloria degli immortali.  


Foto di Tim Ireland - AP


PER FAVORE, UN ULTIMO SGUARDO VERSO L'INFINITO
In questa foto, davanti ad Alun Win Jones, manca una siepe per ricordare un italiano che non giocava a rugby ma che sognava l'Infinito. Ma forse il capitano gallese pensava al suo concittadino di Swansea, Dylan Thomas, che scriveva versi in riva all'infinito del mare, quando ha chiesto agli steward del Principality Stadium di Cardiff  di lasciarlo ancora un po' lì seduto a bordocampo. Qualche minuto ancora per guardare verso l'infinito di quel prato deserto sul quale un'ora prima aveva guidato il Galles al trionfo sull'Irlanda che valeva la vittoria del Sei Nazioni, che celebrava il valore del paese più ovale del  mondo insieme alla Nuova Zelanda. Permesso accordato, capitano, questo stadio è casa sua.



NON CI POSSO CREDERE 
In realtà se c'è qualcuno che crede nella forza delle rugbyste azzurre è proprio il ct Andrea Di Giandomenico, aquilano ct dell'Italia da 10 anni e timoniere della squadra che ha conquistato il fenomenale e inatteso secondo posto nel Sei Nazioni, in verità il primo perché davanti alle operaie, segretarie, insegnanti e studentesse italiane si sono solo le irraggiungibili professioniste inglesi. Dietro le dilettanti azzurre anche le francesi semiprofessioniste che al Plebiscito di Padova le hanno buscate di brutto. Mai l'Italia era salita così in alto nel Torneo. Alla fine Di Giandomenico - in tribuna ché nel rugby gli allenatori non stanno a bordocampo - si copre per un lungo istante il volto con le mani: quello che gli passa nel cuore dopo questa leggendaria impresa è solo una cosa sua. 
 

Foto da Eurosport

CE L'ABBIAMO FATTA, CE L'ABBIAMO FATTA
Beatrice Rigoni, Manuela Furlan e Sara Barattin sono una cosa sola dopo l'impresa contro la Francia al Plebiscito di Padova che vale il meraviglioso e mai raggiunto secondo posto nel Sei Nazioni. Alle dilettanti italiane non bastava battere le arcifavorite semipro' francesi, dovevano proprio strabatterle anche nel punteggio per arrivare dove l'Italia non era mai salita. E, una meta dopo l'altra, ci sono riuscite. Il cuore scoppia per la felicità, non si sa se ridere o piangere, l'emozione è più potente dei placcaggi delle francesi: meglio abbracciarsi per essere ancora più forti insieme, come insegna il rugby.
 

(Photo by Tiziana FABI / AFP)
  Ultimo aggiornamento: 19:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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