All Blacks, è morto Jonah Lomu il più famoso giocatore di tutti i tempi, lutto in Nuova Zelanda

Sabato 21 Novembre 2015 di Paolo Ricci Bitti
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Jonah Lomu è morto a 40 anni, ucciso dalla sindrome genetica nefrosica ai reni che lo aveva colpito nel 1996. Era il giocatore di rugby più famoso di tutti i tempi e aveva salvato il rugby a 15 durante quella tribolata fase storica che venti anni fa portò il movimento mondiale al professionismo. Lutto in Nuova Zelanda dove l'ala mastodontica aveva debuttato a 19 anni fra gli All Blacks dopo qualche ottimo match nella nazionale a 7. Un inizio in ombra, anzi fra molte critiche, contro la Francia in tour nel 1994 che clamorosamente battè i neozelandesi a casa loro, poi la fragorosa partecipazione alla Coppa del Mondo in Sud Africa nel 1995.


Le sue cavalcate inarrestabili (solo i padroni di casa sostenuti da Mandela riuscirono a battere gli All Blacks nella finale raccontata nel film Invictus) divennero subito così note anche al di fuori del mondo del rugby che il magnate tv australiano Rupert Murdoch decise di avviare uno dei più colossali investimenti nella storia della sport mettendo sotto contratto per 10 anni le federazioni di Nuova Zelanda, Sud Africa e Australia con una spesa di 550 milioni di dollari per creare il torneo TriNations.

Lomu e le sue mete devastanti contribuirono insomma in quell'anno ad accelerare il passaggio del rugby al professionismo proprio quando quasi 200 giocatori fra i più forti di tutto il mondo del rugby a 15 (Rugby Union) erano pronti a passare al rugby a 13 (Rugby League), che proprio per essere pro' si era staccato alla fine dell'Ottocento dal movimento originato dal gioco nato nella città inglese di Rugby: sarebbe stata la morte del rugby così come lo conosciamo e amiamo noi. Un altro tycoon australiano, Kerry Packer, a forza di assegni, era riuscito a convincere decine di star (ufficialmente dilettanti, pur con molti distinguo fra le varie nazioni) a passare al suo circuito professionistico, ma l'ingresso di Murdoch e della sua montagna di dollari fece fallire il progetto che per due mesi tenne in bilico il mondo del rugby.

E' questo "salvataggio", ben più del suo poderoso modo di giocare e dei record che via via batteva, il più grande merito di Jonah Lomu che però ben presto si scoprì affetto da una rara malattia ai reni (una sindrome nefrosica) che ha richiesto un trapianto e frequenti dialisi. Dopo quella prima coppa del mondo che anche grazie a lui rivoluzionò il mondo del rugby, giocò pure in quella del 1999 ma ormai era iniziata la sua parabola discendente.

Commovente la corsa dei tifosi che si offrirono di donargli un rene. Nemmeno dopo il trapianto, effettuato con una tecnica innovativa per proteggere il nuovo organo nella parte inferiore della gabbia toracica, e ormai lontanissimo dallo stato di grazia dei mondiali sudafricani, Lomu si rassegnò all'inattività: non aveva certo bisogno di soldi ma giocò a Cardiff e anche nella terza divisione francese. Stringeva il cuore vedere giocare a quei ritmi rallentati il gigante dal fisico appesantito che nel 1995 era invece riuscito a segnare quattro mete nella stessa partita contro l'Inghilterra in semifinale.

Era nato in un sobborgo di Auckland da una famiglia di origine tongana, padre pastore metodista, in un ambiente non troppo dissimile da quello crudissimo raccontato in Once were warriors. Iniziò a giocare a rugby league, poi passò al 15 prima come terza linea e poi ala: era alto 1.95 e pesava 115 kg ma riusciva a sfrecciare sotto gli a 10 secondi e mezzo sui 100 metri. Quando era lanciato era formalmente inarrestabile, come raccontò anche uno strabiliato Alessandro Baricco, fin lì immune al rugby, in una memorabile corrispondenza dal Parco dei Principi di Parigi dopo che gli All Blacks avevano annichilito la Francia.

Lomu, per l'appunto, divenne la prima icona veramente mondiale del rugby che invece lotta tuttora per uscire, in fatto di popolarità, dalle sue spesso anguste roccaforti.

Il ct degli All Blacks Laurie Mains lo face debuttare appunto all'ala a 19 anni e 45 giorni, la più giovane matricola di sempre della Nuova Zelanda, ma il gigante era ancora troppo acerbo e i francesi lo aggirarono facilmente. Un anno dopo il boom ai Mondiali, 7 mete compreso il poker leggendario all'Inghilterra che avviò il mito. Una compagnia petrolifera mise persino una "taglia" di 5mila dollari per il primo giocatore del Sud Sfrica che fosse riuscito a placcarlo. Aberrazione ben presto ritirata, ma ormai la risonanza delle imprese di Lomu aveva varcato i confini del rugby. Per la cronaca il primo a riuscire a tirarlo già nella finale, sotto gli occhi di Mandela a cui Lomu aveva tolto il sonno, fu il mediano d mischia Joost Van der Westhuizen, un altro giocatore sfortunato perché negli anni successivi si ammalò di Sla.

Lomu ha segnato 37 mete per gli All Blacks in 63 test match dal 1994 al 2002. In due edizioni di mondiali ha segnato 15 mete, record finora solo eguagliato.

Si è sposato tre volte ed è stata proprio la terza moglie Nadene, con la quale ha avuto due figli, a dare la notizia della morte avvenuta ad Auckland. Nell'arcipelago di Tonga gli era stata dedicata un'isola vulcanica, di quelle che si alzano e si abbassano di tanto in tanto sul livello del mare.

Venne coperto, dal 1995 in poi, da contratti pubblicitari favolosi, mai riservati prima a un rugbysta e invano la Nfl americana cercò di strapparlo al rugby.

Nel 2004, in occasione del tour a Roma degli All Blacks, venne premiato nel salone d'onore del Coni: colpiva in lui, e fin da quel 1995, la gentilezza e la mitezza dei modi fuori dal campo: una ragazzone timido e alla mano, disponibile fino all'ultimo autografo. In campo, invece, non dava quartiere.

LA BATTAGLIA CONTRO LA MALATTIA
"MAI ARRENDERSI"
La sua lunghissima battaglia contro la malattia, diagnostica nel 1996, rappresenta un altro formidabile contributo che il campione ha dato oltre alle imprese in campo: le terapie, le interminabili sedute di dialisi, la forza d'animo durante l'attesa di un donatore, i discorsi tenuti in ogni parte del mondo, hanno dato speranza a tanti malati. Un rene, donato da un amico, un conduttore della radio neozelandese, gli era stato trapiantato nel 2004, ma i benefici erano ben presto terminati obbligandolo di nuovo, e fino ai giorni scorsi, alla dialisi.

LA VEGLIA FUNEBRE ALL'EDEN PARK

E' così che non è solo la Nuova Zelanda a essere addolorata per la morte del gigante che avevamo incontrato, sempre sorridente, anche all'ultima coppa del mondo, un mese fa in Inghilterra. Ancora una volta era stato scelto da organizzatori e sponsor quale testimonial di questa e quella iniziativa perché ancora non è sceso in campo un giocatore noto come lui in ogni angolo del pianeta.

twitter: @paoloriccibitti

blog: Rugby Side

Ultimo aggiornamento: 2 Dicembre, 16:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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