Gli dei cadono a Yokohama, l'Inghilterra annienta gli All Blacks e conquista una finale attesa 12 anni

Sabato 26 Ottobre 2019 di Chistian Marchetti
Hanno annientato gli dei. Se quella con l'Australia ai quarti è stata la partita perfetta, la semifinale contro la Nuova Zelanda, contro cioè a quegli All Blacks fino alla vigilia lanciatissimi verso il terzo titolo mondiale consecutivo, gli stessi All Blacks che al Mondiale non perdevano dai quarti di Francia 2007, è da extraterrestri. A Yokohama, si concretizza l'impresa: l'Inghilterra di Eddie Jones batte la Nuova Zelanda di Steve Hansen 19-7 e vola in finale proprio dodici anni dopo l'ultima volta. E quello visto oggi è un altro pezzo di storia.

Ieri scrivevamo di un'Inghilterra chiamata ad aggredire sin dalla Haka. Beh, è esattamente ciò che accade. Le cattivissime intenzioni del XV della Rosa si materializzano già durante la celeberrima (e, a sproposito, chiacchieratissima alla vigilia) danza di guerra dei Tuttineri. Farrell e compagni formano in campo una sorta di diga, praticamente l'opposto della "freccia" che opposero i francesi nella finale del 2011. Lo stesso Farrell che saluta gli avversari con un ghigno di sfida. La tempesta prima della tempesta: perché quanto mettono in mostra i Sudditi di Sua Maestà è autentica battaglia. Passano in vantaggio dopo appena due minuti: ruck ai cinque metri, Tuilagi che parte come un ariete dalla base devastando la difesa opposta da Smith (uno dei più leggeri) e Moody (uno dei più pesanti).

Hansen schiera Scott Barrett in terza linea per cercare di monopolizzare le fonti di gioco? Beh, gli uomini di Jones sfidano i neozelandesi proprio in terza e in touche. Billy Vunipola, Curry e soprattutto Underhill sono un pericolo costante; Itoje s'impegna a sporcare ogni singola rimessa laterale e in difesa è insuperabile, facendo la parte del leone e giocando alla grande sul filo del fuorigioco. Va da sé che sia le fonti di gioco che il possesso dei neozelandesi rappresentino una fatica bestiale. C'è anche una meta annullata a Underhill perché favorito da un velo che porta via due placcatori. Gli All Blacks annaspano, la disciplina va spesso a farsi benedire e l'obice di Ford istallato al posto del piede porta il punteggio sul 10-0 al 40'.

Partita compromessa e allora occhio alle statistiche: l'ultima sconfitta a 0 punti della Nuova Zelanda è datata 25/6/1960: a Johannesburg, Springboks-All Blacks 13-0. Hansen ci ripensa e inserisce Cane al posto del già citato Barrett. Per i bianchi si mette invece in luce il doppio playmaker Ford-Farrell, ma il grosso del lavoro è tutto degli avanti. Come quando mandano in meta Youngs, sebbene il tmo giustamente annulli perché il mediano di mischia dei bianchi perde in avanti l'ovale nella maul che lo porta nel cuore dei ventidue avversari. Gli inglesi continuano a martellare, Daly sbaglia il calcio del 13-0; Ford, al 50', no.

Dall'unico errore inglese, la meta degli All Blacks: touche nei propri ventidue, George lancia troppo alto per Itoje e il pallone arriva comodo nelle mani dell'accorrente Savea che schiaccia. Fa 7-13 con la trasformazione di Mo'unga. Non esattamente l'inizio della rimonta, perché da lì in poi c'è solo l'Inghilterra a schiacciare gli altri in difesa. Jones, tra l'altro, è tempismo puro con i cambi, mantenendo un livello di gioco pressoché perfetto. Gli All Blacks, dal canto loro, sono alle corde. Arriva il calcio di Ford del 16-7 (63'), poi quello del 19-7 (69'). E a due minuti dal termine si presenta pure l'opportunità del +15. Troppo. L'Inghilterra passa il turno e adesso aspetta la migliore tra Galles e Sudafrica, godendosi un pezzo di storia. Il ghigno di Farrell aveva già detto tutto prima ancora di iniziare a giocare.  Ultimo aggiornamento: 15:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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