Mauro Bergamasco: «Persa occasione colossale rinunciando alla candidatura per i mondiali di rugby 2023»

Giovedì 29 Settembre 2016 di Paolo Ricci Bitti
«Sì sì, purtroppo l'ho appena saputo e provo un gran dispiacere: rinunciare alla candidatura dell'Italia per i mondiali di rugby 2023 significa perdere una colossale occasione non certo solo per il nostro movimento ovale. Anche all'estero saranno in tanti a rammaricarsene» dice sospirando Mauro Bergamasco.
Il campione padovano che ha conquistato ogni record non dimenticherà la giornata in cui è sfumato il sogno mondiale, ma, nonostante la sua devozione per il rugby, il 28 settembre resterà di sicuro il giorno in cui è nato Pietro, il suo primo figlio, che resta in braccio alla mamma Federica mentre l'azzurro risponde al telefono. 

«E' davvero un peccato: credo che la candidatura dell'Italia avesse buone possibilità di spuntarla anche perché già l'Italia aveva partecipato alla gara per i Mondiali del 2015. E all'estero ho sempre sentito molta simpatia per questo tentativo italiano che avrebbe allargato i confini del rugby» continua l'asso che nel 2015, a 36 anni, appunto dopo la coppa William Webb Ellis in Inghilterra, si era ritirato dopo una carriera internazionale senza uguali al mondo: 17 anni in nazionale, 106 volte (caps) in azzurro, cinque mondiali, due scudetti vinti in Italia e due in Francia, mete indimenticabili in tutti i templi della palla ovale. Il volto più conosciuto del rugby italiano, con quelle foto che finivano sempre in copertina perché lui e Mirco abbracciati durante I'inno prepartita erano davvero "Fratelli d'Italia".

«Chi ha vissuto un mondiale di rugby sa che cosa significhi un tale evento per l'intera nazione sia in fatto di promozione del nostro gioco e dei suoi valori anche educativi sia per l'allegria che innesca in tutte le città che ospitano le partite - dice ancora il campione che gestisce una società di comunicazione e produzioni multimediali ed è appena entrato nello staff tecnico del Petrarca Padova Junior - Allegria e business, perché il torneo è diventato negli anni una formidabile macchina per moltiplicare il rendimento degli investimenti. Credo che l'Italia sarebbe stata in grado di organizzare una grande edizione del torneo offrendo un'ottima vetrina del paese e fornendo ottime possibilità di sviluppo delle sue potenzialità. Peccato dover rinunciare».

Rinuncia di fatto subìta del rugby italiano.
«Resto uno sportivo anche nel valutare una situazione come questa che evidentemente non è frutto solo della contingenza attuale: negli ultimi anni, forse decenni, è la società italiana in generale ad avere perso di vista riferimenti e valori. Lo stesso nostro movimento ovale sta cercando la sua strada sia all'interno del paese sia nel contesto internazionale che è sempre più competitivo, ma poi non possiamo dimenticare i limiti della situazione complessiva in cui si muove. Se non ci fermiano alla cornice e guardiamo il dipinto vediamo qual è la situazione politica e sociale e proprio in fatto di sport restano da compiere tanti passi per assegnargli compiti e significati che all'estero sono da sempre patrimonio della storia e della tradizione».
    
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