Chester Williams è morto in Sud Africa: gli Springboks perdono un altro degli eroi campioni del mondo del 1995 davanti a Nelson Mandela

Venerdì 6 Settembre 2019 di Paolo Ricci Bitti
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Chester Williams

Chester Williams è morto a 49 anni in Sud Africa stroncato da un attacco cardiaco: era l'unico non bianco della nazionale Springboks che nel 1995 vinse la Coppa del Mondo contro gli All Blacks di Jonah Lomu a Johannesburg davanti a Nelson Mandela, come raccontato nel film Invictus di Clint Eastwood tratto dal libro "Ama il tuo nemico" di John Carlin.

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In quegli anni Chester, la "perla nera", ala velocissima capace di segnare 4 mete a Western Samoa nei quarti di finale della Coppa, divenne una delle leve con cui Madiba fece forza per convincere 45 milioni di neri e coloured a convivere con quattro milioni di bianchi nel nuovo Sudafrica uscito dalla barbarie dell'apartheid.

Il volto di Chester, disegnato in scala gigante in ogni dove in Sud Africa, fusoliere degli aerei di linea comprese, accolse i fedeli del rugby insieme alla scritta "L'attesa è finita": nelle prime due edizioni dei mondiali in Nuova Zelanda/Australia e in Inghilterra il Sudafrica dell'apartheid non era infatti stato ammesso, ma poi il carisma di Mandela aveva convinto il resto del mondo che nel 1995 quel paese dai meravigliosi scenari naturali e dalle enormi ricchezze nel sottosuolo sarebbe stato degno di ospitare i Mondiali del gioco che dalla fine dell'800 rappresentava invece la torre d'avorio esclusiva dei bianchi. 

E il giorno dopo il trionfo ai supplementari all'Ellis Park (15-12, con il drop decisivo di Stransky ai supplementari definito "opera degli angeli" dall'arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la pace come lo stesso Mandela) c'era Chester Williams a tutta pagina nella "quarta di copertina" di tutti i quotidiani sudafricani insieme a una bellissima scritta: "Ieri le lacime sono cadute come pioggia ed erano tutte lacrime di orgoglio. Perché insieme abbiamo raggiunto un risultato più grande della vittoria della Coppa del Mondo. Abbiamo conquistato il diritto di lottare per essa".

Un manifesto commovente per lo sport e per la nascita di una nuova nazione, una vetta di civiltà mai più raggiunta per di più grazie all'inserzione pubblicitaria di uno sponsor, la birra Lion, in questo caso.
 

La sbornia nazionale per quel trionfo inatteso, e in cui aveva creduto alla vigilia solo Mandela, durò tuttavia poco di fronte alle sovrumane difficoltà di creare in fretta una nuova classe dirigenziale del paese  e già nel 1997 cominciò il declino di molti dei campioni della finale di appena due anni prima e dello stesso rugby Springboks, con Madiba, sempre più vecchio e stanco, che faticava sempre più a indirizzare il cambiamento.  Poi, graduale, fra alti e bassi, la ripresa della nazionale che da sempre contende la vetta del mondo agli All Blacks e che oggi porta in giappone undici fra coloured e neri, compreso il capitano Siya Kolisi, tutti per merito e non per rispettare l'autoimposizione delle quote. 

Williams è il quarto eroe di quell'epopea che scompare prematuramente ed è quello che indiscutibilmente divideva la scena della storia del rugby con il capitano Pienaar (Matt Damon nel film cult) e con lo stesso Nelson Mandela (interpretato da Morgan Freeman che meritava l'Oscar): l'ala cresciuta nei sobborghi di Città del Capo, nipote di Avril Williams, il secondo non bianco a giocare per gli Springboks negli anni cupi del regime boero, era subito diventato il simbolo del Sudafrica multirazziale, anche se da parte sua, durante i non facili anni seguiti ai fasti della coppa del mondo, non mancarono accuse di razzismo nei confronti di alcuni dei compagni della nazionale su cui Mandela aveva puntato nonostante la contrarietà di tutto il nuovo establishment nero salito alla guida del paese più ricco e più avanzato dell'Africa.

Williams, un paio di anni fa anche ospite del torneo Seven di Roma e nel 1997 per una stagione opaca a Casale sul Sile, non si tirò indietro quando Mandela gli chiese di fare il testimonial della nazione arcobaleno ma la pressione si rivelò difficile da gestire in un ambiente, parte bianca o parte nera che fosse, ancora segnato dagli effetti di secolari divisioni e pregiudizi. Contestata la sua autobiografia, in cui il giocatore (37 caps e 14 mete) raccontò anche delle ipocrisie dietro la sua sfavillante storia. Anche la brevità della sua carriera agonistica non l'aiuto nella nuova vita lontano da mete e placcaggi che adesso doveva insegnare ai giocatori delle squadre anche seven che allenò in Sudafrica e all'estero con alterne fortune 

La morte dell'ala coloured arriva dopo quella di altri tre campioni del mondo del 1995: Ruben Kruger, morto per un tumore al cervello nel 2010, Joost van der Westhuizen, stroncato dalla Sla nel 2017, e James Small, colpito da un infarto in luglio. Scomparso nel 1998, per un tumore, anche il ct Kitch Christie. Una serie di lutti, quella fra i giocatori sudafricani campioni del mondo, senza paragoni rispetto ai giocatori delle altre nazionali di quel periodo che non manca di suscitare commenti e dubbi. 

Ultimo aggiornamento: 8 Settembre, 19:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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