Pilota fuori dal team/ Fenati, quello sfregio allo sport generoso di Coppi e Bartali

Martedì 11 Settembre 2018 di Piero Mei
Quel giorno che Coppi passò la borraccia a Bartali (o viceversa, ma i decrittatori dei fotogrammi hanno notato che Ginettaccio avesse tutto il corredo di liquido sulla bici, il Campionissimo no) sul colle Galibier, si compì una delle più leggendarie imprese di fair play sportivo.L’indimenticabile gesto, il passaggio della borraccia tra avversari, avvenne fra Losanna e l’Alpe d’Huez, al Tour de France del 1952, il 4 luglio. 

C’è stato poi qualche storico che ha cercato di sminuirne la portata, dicendo che quel gesto altro non era che il rifacimento, a favore di fotografo (Carlo Martini) di qualcosa che era avvenuto in realtà il giorno prima tra i due e che non era stato ripreso né fotografato giacché ancora lo sport non s’era venduto l’anima al diavolo e le immagini all’esclusiva di una pay tv, compreso l’ingresso nel Sancta Sanctorum dello spogliatoio.
Ma quel gesto è rimasto il simbolo di un’idea: l’idea stessa dello sport, avversari ma non nemici. D’altra parte dicono gli studiosi che la parola stessa, “competizione”, deriva da “cum petere”, cercare insieme: cercare insieme il miglior risultato.

Coppi e Bartali, campioni di ciclismo di subito prima e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, avevano diviso l’Italia di guelfi e ghibellini, del bipolarismo spinto, e quella borraccia (che forse era una bottiglia) rappresentava anche una voglia d’unità, di Grande Coalizione, che pervadeva lo sport e l’Italia che rinasceva.
Non è stato davvero un gesto di fair play quello del motociclista Romano Fenati che ieri l’altro, cercando di tirare il freno dell’avversario Stefano Manzi sul circuito di Misano, ha messo a rischio non solo gli ideali ma anche la vita. «Non sono stato un uomo» ha detto ieri, scusandosi, snocciolando per il suo “fattaccio” aggettivi che vanno dall’”inqualificabile” all’”orribile”, sui quali non c’è chi non concordi.

O forse qualcuno che non concorda c’è: la giustizia sportiva. La quale è intervenuta con leggerissima mano, due gare di squalifica, compresa quella di ieri l’altro e dunque una soltanto delle prossime. Molto più duramente (e saggiamente) sono intervenute le due squadre di Fenati, quella di quest’anno e quella del prossimo. La prima, la Marinelli Snipers, ha stracciato il contratto in corso; la seconda, la Forward, quello del 2019.
È un modo per cercare di mettere un freno (si direbbe con ironia) alla deriva verso lo sport estremo, che non è quello della sfida impossibile, ma quello che va oltre ogni limite di correttezza e di rispetto. Quello che «c’era una volta» la volta della borraccia, ma anche altre. Come quando Eugenio Monti, campione del bob, a Innsbruck ’64 avendo visto che i concorrenti inglesi non potevano partire per la loro manche perché mancava loro un bullone, prese uno dei suoi e lo prestò ai britannici che vinsero la manche e relegarono Monti al bronzo; o quella del velista Lawrence Lemieux, canadese, che alla regata olimpica decisiva tornò indietro con la sua imbarcazione per raccogliere in mezzo al mare coreano di Busan due velisti di Singapore che avevano scuffiato e rischiavano l’annegamento. Addirittura più poetico il canottiere statunitense Henry Pearce: gareggiando su di un canale di Amsterdam olimpica, smise di remare per non investire e dare la precedenza sull’acqua a un’intera famiglia: di anatre.

Come si vede dagli anni di questi eventi - erano il 1928, il 1952, il 1964, il 1988 - non si era ancora nel Terzo Millennio, quando il fair play è solo una (o due, secondo la grafia) parola. E probabilmente lo è perfino la giustizia. Nello sport…
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