Da Vialli a Mihajlovic fino a Nela: quando il coraggio va oltre il tumore

Giovedì 13 Febbraio 2020 di Piero Mei
Sebino Nela, quello splendido difensore e corridore della Roma che fu, ha parlato del cancro. L’ha fatto raccontandosi a Giancarlo Dotto sul “Corriere dello Sport”: struggente ma contemporaneamente incoraggiante. Sono questi i campioni veri di oggi, in campo e fuori: quelli che non si misurano semplicemente con un avversario e con un pallone, ma anche con le cose della vita. Spesso c’è chi li invita ad essere quel che poi sono: un modello. Ecco, in questi ultimi tempi sono venuti fuori tre ritratti del coraggio da un campo di calcio, tre uomini che stanno lottando contro il cancro, che un tempo neppure si nominava, “un male brutto” si diceva, quasi vergognandosi, come se la malattia potesse essere la fonte di una vergogna. Il che, naturalmente, non è.
LA LOTTA
Qualche anno fa ci fu Francesco Acerbi, il “muro” della Lazio, a dichiarare la sua lotta, quando ancora era al Sassuolo. È l’esempio più vitale, ora che è tornato da tempo in campo, e fa la buona sorte della Lazio e della Nazionale di Mancini. In questi ultimi tempi ha contemporaneamente commosso e incoraggiato Sinisa Mihailovic. Quando è tornato sulla panchina o in tribuna, tutti abbiamo applaudito. Non l’allenatore che pure lo merita, come dicono i risultati, ma l’uomo. Non è questione di panchina d’oro o altri premi del genere che finiscono per fare bella mostra in bacheca in casa. È questione che chissà quante persone si sono sentite più portare a lottare, a non arrendersi al male e, dicono, la voglia di lottare è una delle migliori medicine nelle circostanze. Anche Gianluca Vialli ha sciorinato la sua lotta. È una lotta che alterna sconfitte e vittorie, speranze e depressioni, ma che questi tre campioni del calcio hanno voluto combattere in pubblico, come facevano quando dribblavano, o tiravano quelle punizioni come Sinisa e pochi altri sapevano tirare. Ci fermiamo al calcio e all’attualità, altrimenti si potrebbero citare la tennista Francesca Schiavone, o lo schermidore Paolo Pizzo, divenuto, da guarito, campione del mondo. Ma è dal calcio, troppo spesso additato a “modello di molti mali” /qual è: il razzismo, la violenza, l’intolleranza) che viene questo soffio d’aria buona grazie a tre uomini che quando giocavano trascinavano le proprie squadre e incantavano i propri tifosi. Amati da loro, talvolta odiati, sportivamente s’intende, dagli avversari. Questo farsi testimoni del coraggo ha eliminato l’”odio”.

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