Luis Enrique, 9 anni fa sbarcò un marziano a Roma

Luis Enrique con l'ex presidente della Roma Tom DiBenedetto
di Romolo Buffoni
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Mercoledì 10 Giugno 2020, 18:14

«Oggi un marziano è sceso con la sua aeronave a Villa Borghese, nel prato del galoppatoio». Oggi è il 10 giugno del 2011 e l'"aeronave" è atterrata a Fiumicino, proveniente da Barcellona. Il marziano sbarcato a Roma, 9 anni fa, non era quello partorito dalla fantasia di Ennio Flaiano ma Luis Enrique, diventato allenatore della Roma grazie alla fantasia di Franco Baldini. Era la prima Roma americana, con Tom DiBenedetto a togliersi la soddisfazione di tornare dai paisà, abbandonati dai suoi avi per andare a fare fortuna in America, con un ruolo di primissimo piano: presidente dell'Associazione Sportiva Roma. «Ne faremo la regina d'Europa», promise Tom Urbi et Orbi ma qualcuno, scherzando, ritiene che lo abbia tradito l'accento e che in fondo abbia detto la «Reggina d'Europa»...
Non fu uno scherzo, invece, pescare L.E. per una delle panchine più calde d'Italia e d'Europa. Ma Baldini, all'epoca direttore generale del club (che oggi segue nelle vesti di consigliere personale del presidente Pallotta), aveva un progetto che andava oltre quello meramente sportivo. Grazie all'ingresso degli americani dell'Hedge Fund Raptor il dirigente, che a Trigoria vinse lo scudetto del 2001 da direttore sportivo del club di Franco Sensi con la squadra allenata da Fabio Capello, voleva imporre una vera e propria rivoluzione culturale. Bisognava smettere di inseguire il mero risultato, bisognava imporre uno stile in campo e fuori. Quindi basta biglietti omaggio ai ricchi e potenti di turno; basta lamentarsi degli arbitri; ed ecco l'allenatore del Barcellona B, cresciuto all'ombra di quello di Messi, Xavi, Iniesta e di Pep Guardiola: la squadra "illegale" dei 14 trofei (2 Champions League) in quattro stagioni (dal 2008 al 2012) conquistati con il Tiki-Taka, garanzia di gioco bello e vincente. Uno spagnolo, il secondo nella storia giallorossa, sfidando anche la cabala visto che il primo - un altro Luis, Mirò, in panchina dal 24 novembre 1963 al 31 maggio del '64 succedendo a Foni - lasciò dopo un anonimo 12° posto.
Se la strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni lo è anche quella che porta a Trigoria, perché Luis Enrique qui fece un'esperienza che gli tornò utilissima, ma lontano da Roma. Il tecnico asturiano con la squadra di Totti e De Rossi (ma anche di Josè Angel, Bojan, Stekelenburg, Cicinho, Heinze...) scaricò il suo bagaglio di tutte le scelte sbagliate possibili e immaginabili. A cominciare da quella dell'abitazione, individuata all'Olgiata su consiglio di Ivan De La Pena che a Roma aveva giocato, ma nella Lazio che ha il suo quartier generale a Formello, paese alle porte di Roma e diametralmente opposto a Trigoria. Al "Fulvio Bernardini" Luis Enrique arrivava alle prime luci dell'alba: per preparare meglio la giornata di lavoro? Probabile. Ma il sospetto portava sempre alla necessità di muoversi presto per evitare il terribile traffico del Grande Raccordo Anulare. Se la scelta di vivere a 40 chilometri dal posto di lavoro ricadde solo sulle sue spalle, quella di sostituire Totti con Okaka in un assurdo playoff di Europa League all'Olimpico contro lo Slovan Bratislava (1-1 e Roma eliminata) travolse un'intera tifoseria, che da quel 25 agosto 2011 e fino al 10 maggio del 2012 (quando comunicò alla squadra l'intenzione di dare le dimissioni) s'interrogò: chi è Luis Enrique? Un tecnico scarso e presuntuoso o un genio incompreso? Baldini se la cavò con un ossimoro «è stato un magnifico errore», mentre De Rossi lo ha sempre annoverato fra gli allenatori migliori che gli sia capitato di avere. Proprio Ddr che in un Atalanta-Roma umiliante per i giallorossi - travolti 4-1, col tecnico dei bergamaschi Colantuono ad ordinare ai suoi di non infierire - venne spedito in tribuna assieme a Kjaer per un ritardo di qualche minuto alla riunione tecnica pre-gara. Settimo posto finale, fuori dall'Europa, entrambi i derby con la Lazio persi e sconfitte dolorose (oltre a Bergamo c'è anche il 2-4 di Lecce con un altro allenatore, Serse Cosmi, a chiedere ai suoi di frenare per rispetto). Di contro, una serata pre-natalizia d'illusione a Bologna, un 2-0 sontuoso - ma il Tiki-Taka alla romana non sopravvisse a Santo Stefano - e le simpatie dello scrittore Luis Sepulveda che confessò di simpatizzare per i giallorossi guidati da Luis Enrique.
Troppo poco per resistere al timone giallorosso, anche se ci fu e c'è ancora chi, fra semplici tifosi e addetti ai lavori, ritiene un peccato non aver potuto vedere la seconda stagione di Luis Enrique alla Roma. La semina dava l'idea di poter dare buoni frutti, ma il raccolto (copioso) il tecnico asturiano lo ha riscosso in patria nel "suo" Barcellona: 9 titoli in tre stagioni. Il trofeo più scintillante la Champions vinta ai danni della Juve e dedicata anche ai tifosi romanisti. Un piccolo risarcimento per avergli sfasciato la macchina a causa della sua problematica scuola guida.
Oggi Luis Enrique è il ct della Spagna, tornato al timone il 19 novembre scorso dopo la tragedia che ne ha devastato la vita privata ovvero la morte della figlia Xana a soli 9 anni per un tumore alle ossa. Quella sì una sconfitta atroce, per la quale ha avuto l'abbraccio consolatorio di tutto il mondo del calcio. Tragedia che non gli ha evitato la brutta lite con il suo ex vice Robert Moreno, lite divampata al momento di riprendersi la panchina delle Furie Rosse che gli aveva lasciato per stare vicino a Xana. Ma questo è l'hombre vertical, prendere o lasciare.

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