Roma, Boniek: «Le grandi squadre si costruiscono. Mou deve dare un gioco»

Roma, Boniek: «Le grandi squadre si costruiscono. Mou deve dare un gioco»
di Stefano Carina
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Martedì 7 Dicembre 2021, 00:49 - Ultimo aggiornamento: 8 Dicembre, 08:50

Era presente a Roma-Inter. Sorridente nel pre-gara, Zibì Boniek ha lasciato l’Olimpico prima del fischio finale. Deluso?
«Sì, anche se mi capita spesso di uscire prima per evitare il traffico. Sabato, poi, non credo di essermi perso nulla».


Si attendeva una resa così?
«No. Ero venuto a vedere una partita che purtroppo non c’è stata. Mourinho nel post-gara ha provato a giustificare il tutto con le assenze. È una spiegazione logica e ci può anche stare. Però...».


Però?
«Se è vero che la Roma è inferiore all’Inter e lo è ancor di più con le assenze, seguendo questo ragionamento allora bisognerebbe capire perché gli allenatori di Venezia, Verona e Bologna sono poi riusciti a vincere con i giallorossi. Il calcio è uno sport dove la squadra più forte non sempre vince. Quello che mi ha sorpreso è stato l’atteggiamento rinunciatario della squadra. L’Inter sembrava che stesse disputando la partitella del giovedì».


Così chiama in causa Mourinho.
«Sono un estimatore di José, però non è lesa maestà affermare che mi aspettavo qualcosa in più. Ora bisogna sperare che la Roma stia viaggiando sui giusti binari».


A cosa si riferisce?
«Ho visto tutte le gare casalinghe e spesso il risultato ha cancellato qualche perplessità. Con la Fiorentina sino all’espulsione di Dragowski la Roma non l’aveva quasi mai presa; con il Sassuolo e il Torino abbiamo sofferto. Bisogna giocare un calcio migliore».


Totti ha chiesto pazienza ma ha invocato l’acquisto di campioni.
«Francesco ha ragione ma attenzione perché le squadre non si comprano ma si costruiscono. Non è che si acquistano gli 11 calciatori migliori al mondo e si vince. E poi, in questo contesto economico, non penso che sia la politica societaria».


E allora, qual è la soluzione?
«Pur essendo lecito aspettarsi dei rinforzi, Mourinho deve concentrarsi sul modo di giocare della squadra e trasformarsi da allenatore che gestisce i calciatori in ‘giochista’, ossia in un tecnico che cerca di dare un gioco. Se lui pensa di migliorare i risultati soltanto con l’acquisto di giocatori, la vedo difficile. Anche perché poi bisogna chiarire cosa intendiamo per campioni. Quelli li prendono soltanto le 6-7-8 squadre più forti al mondo. Abraham, ad esempio, è stato presentato come tale ma si tratta di un talento che fino ad un anno fa era la terza punta del Chelsea, dietro Giroud. Gli va dato tempo, si vede che non è un grande realizzatore».


Arrigo Sacchi ha detto che Zaniolo «deve imparare che si gioca in 11». È d’accordo?
«In parte. È un ragazzo che ha le potenzialità, la forza fisica per fare la differenza. Deve dare di più, senza dubbio. A me sembra che il problema sia nella collocazione in campo. Dove lo metti? Una volta fa l’ala, un’altra la seconda punta. Deve trovare un ruolo più pulito e capire che non può cercare sempre la giocata individuale ma soprattutto lo scontro fisico. Lui non prova a scappare con la palla ma a prendere il fallo. E alla lunga si perde».

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