Roma, aggiusta la mira

Roma, aggiusta la mira
di Stefano Carina
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Giovedì 11 Novembre 2021, 00:03

Fonseca la definiva «mancanza di efficacia». Mourinho è invece più diretto: «Creiamo tanto e segniamo poco». I numeri danno tristemente ragione a entrambi. Perché il difetto di mira è un problema che la Roma si porta dietro ormai da almeno un biennio. Cambiano gli interpreti (da Dzeko a Abraham), i moduli (3-4-1-2 al 4-2-3-1) e i tecnici ma non una costante che vede i giallorossi primi nella classifica dei tiri (in stagione 222 complessivi, inclusi quelli ribattuti) ma soltanto nelle posizioni di retroguardia per i gol segnati. Con Paulo lo scorso anno la squadra chiuse al sesto posto (68 centri in 38 gare: media 1,78). Ora con José è settima: 21 reti (media 1,75). Dato dovuto perlopiù alla scarsa precisione degli attaccanti.

Attualmente la Roma ha centrato la porta avversaria 65 volte ma ha calciato fuori in 89 casi. Prima quindi in serie A per conclusioni effettuate, ne ha eseguite 34 in più del Napoli secondo e addirittura 79 in più della Lazio di Sarri (143). Biancocelesti che tuttavia quando c’è da inquadrare i 7,32 metri da palo a palo, sbagliano molto meno. Appena 46 le conclusioni fuori di Immobile e compagni, a fronte delle 63 nello specchio (34 quelle ribattute). Il che porta ad un primo confronto: il tasso di precisione dei giallorossi è 29,3%, quello dei biancocelesti 44%. Ma non finisce qui. Perché nonostante in classifica Mourinho sia scivolato al sesto posto, la sua squadra continua ad essere prima in quasi tutte le statistiche della Lega di Serie A relative alla produzione offensiva. Ad esempio, la Roma è seconda nei cross effettuati, dietro Empoli (190) e Fiorentina (182). Questo perché sia che si giochi con il modulo a tre o con quello a quattro, l’indicazione tattica dello Special One vuole gli esterni offensivi accentrarsi per permettere ai due terzini di salire e trovare il fondo. 

 


 

MIRA DA RIVEDERE 

Tuttavia Karsdorp e Vina spesso si fanno desiderare sotto l’aspetto del numero dei passaggi riusciti. I 90 cross sbagliati sui 170 complessivi non saranno tutti loro ma basta tornare al ko in laguna per ricordare almeno 6-7 parabole dell’olandese poco calibrate. Quello che sorprende, invece, sono i pochi gol arrivati sinora dai corner. A Trigoria il calcio d’angolo (85 calciati: +14 sull’Atalanta seconda) è sempre stato considerato una potenziale occasione da rete. Del resto con una squadra che vede nell’undici titolare 8 calciatori sopra i 185 centimetri di altezza non potrebbe essere altrimenti. Con Fonseca la Roma lo scorso anno arrivò in doppia cifra (11) soltanto in serie A. In questa stagione, invece, al di là di Ibanez (in gol contro Lazio e Cagliari), in campionato manca all’appello il goleador principe, Mancini. Il centrale ha segnato soltanto contro il Cska Sofia in Conference League. Va anche detto che Mou ha leggermente modificato il modo di usufruire dei calci d’angolo. Prima si cercava il blocco in mezzo all’area per liberare il designato a colpire.

Ora spesso si cerca di allungare il pallone sul secondo palo, dove è posizionato Zaniolo. Che tuttavia in almeno quattro casi (derby incluso) non è mai stato fortunato e lesto a segnare. Nicolò ha già colpito due legni. C’è però chi ha fatto ‘meglio’: Abraham con quattro (Fiorentina, Sassuolo, Empoli e Venezia). Se si sommano i pali o le traverse degli altri, la Roma guida anche questa graduatoria (9). A livello di assist, Mourinho (che martedì ha partecipato all’iniziativa a Scuola di tifo, in collegamento online, con l’Istituto Comprensivo Sandro Onofri: «Nello sport non esiste il termine nemico») può ritenersi soddisfatto. La squadra occupa la quinta posizione (soltanto -5 dell’Inter che guida la graduatoria) con Shomurodov che, nonostante l’impiego esiguo, è già a quota 3. Statistica che si completa con quella dei passaggi chiave. E anche in questo caso ne esce uno scenario di una Roma altamente propositiva se le prime 6 posizioni sono occupate da Pellegrini (34), leader, e dal tandem Karsdorp-Veretout (20). Come nel gioco dell’oca, si torna quindi al punto di partenza. Ossia alla «mancanza di efficacia». 

 

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