Roma, adesso Mourinho finisce sotto processo

Josè Mourinho (foto MANCINI)
di Stefano Carina
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Mercoledì 8 Dicembre 2021, 01:03

Totti invoca i campioni. Mourinho, almeno a gennaio, si accontenterebbe di semplici rinforzi. Preso atto che la rosa è incompleta (mancano all’appello un terzino destro e un regista) la domanda diventa però d’obbligo: dopo 16 partite, era comunque lecito attendersi qualcosa in più nel gioco e rispetto agli attuali 25 punti in classifica? Perché la resa di José nel post-gara di sabato, ispirandosi alla logica del «pesce grande mangia sempre il pesce piccolo» (ergo l’Inter vince perché è più forte), rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang. Soprattutto quando cambiano i parametri e la Roma, a dispetto di Venezia, Bologna, Verona e Bodo Glimt, finisce comunque nella rete di pesci più piccoli di lei. Anche al gm Pinto è scappato come «7 sconfitte in 16 gare siano tante». Probabilmente troppe. 

SENZA MEZZE MISURE 

La Roma non ha mezze misure: o vince o perde. Appena un pari (0-0 con il Napoli) a testimonianza di una squadra che vive di eccessi. In positivo e in negativo. Accade così che i giallorossi siano i primi in serie A per le conclusioni effettuate (273) ma appena decimi alla voce reti segnate (24), superati anche dal Verona (32), dalla Fiorentina (27) e dal duo Empoli-Sassuolo (26). Capita inoltre che Pellegrini e compagni detengano la leadership dei corner calciati (101) ma, nonostante una squadra di corazzieri (8 giocatori sopra i 185 centimetri), siano al quintultimo posto per gol segnati di testa (appena due, entrambi di Ibanez). C’è poi la gara dove la Roma mostra un’ottima fase difensiva (Napoli) alla quale fa da contraltare una fase offensiva pressoché nulla. Nelle occasioni nelle quali invece l’attacco gira a dovere, la difesa palesa imbarazzanti amnesie. In 4 mesi soltanto contro il Torino si è visto un gruppo ad immagine e somiglianza di Mourinho, capace di illudere i granata, concedendo loro campo e possesso-palla (sterile), per poi punirli in ripartenza. Tempo 90 minuti e quella squadra efficace, chirurgica e ‘cattiva’, ha lasciato spazio a quella anonima vista contro il Bologna e all’ultima, non pervenuta, contro l’Inter. Le assenze certamente pesano. Soprattutto quella di Pellegrini è fondamentale, essendo Lorenzo l’unico capace di legare i reparti. Ma anche il Napoli aveva 6 defezioni fondamentali contro l’Atalanta (Koulibaly, Fabian Ruiz, Anguissa, Insigne, Osimhen e Manolas): eppure c’è stata partita. E che partita! 

COMPONENTE

L’alibi quindi regge poco. Come l’attenuante del «tempo» che di volta in volta viene evocata ma che con il trascorrere delle settimane somiglia sempre di più ad una striminzita foglia di fico che prova a coprire le lacune di gioco attuali. Perché un conto è aver bisogno di tempo per costruire qualcosa. Un altro è prendere tempo per dribblare le difficoltà sempre più evidenti. A partire da un’identità di squadra ancora non pervenuta. Dall’inizio della gestione sono pochi i calciatori che hanno migliorato il loro rendimento con Mourinho. Si contano sulla punta delle dita: Karsdorp, Ibanez, Pellegrini più il giovanissimo Felix. Gli altri, sono tutti - chi più chi meno - peggiorati. Anche dai nuovi arrivati (Rui Patricio, Vina, Abraham, Shomurodov) era lecito attendersi molto di più. Lo stesso José dà l’idea di convivere male in questa bolla temporale che mal si addice e si concilia ad un cannibale alla Merckx come lui. Perdere lo fa stare male fisicamente. Un esempio, rende l’idea. Era fine settembre ma cambia poco: «L’altro giorno in allenamento ho detto che mancava un minuto per chiudere la partitella. Un giocatore che vinceva è uscito fuori dal campo per prendere il pallone. Gli ho chiesto ‘che fai?’. Lui mi ha risposto che voleva divertirsi. E io gli ho detto ‘divertirsi è vincere, non fare lo stronzo’». Figuriamoci come può sentirsi ora dopo 7 ko in 16 partite. 

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