Juventus-Roma, quanto veleno prima della pace siglata da Pallotta

Juventus-Roma, quanto veleno prima della pace siglata da Pallotta
di Stefano Carina
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Sabato 6 Febbraio 2021, 09:30

«È il mio derby. La Lazio, quando c’ero io, nemmeno la consideravamo. Esisteva solo la Juve, per tutta la stagione». La fotografia di Juventus-Roma è nelle parole del Divino Falcao. Perché i match con i bianconeri a lungo sono andati oltre quello che può rappresentare un derby, travalicando i confini cittadini e coinvolgendo l’Italia intera. Era la Roma di Viola, quella del gol annullato a Turone, della rete in rovesciata di Pruzzo al 90’ al Comunale di Torino, del cane che mordeva Brio all’Olimpico dopo un successo in rimonta bianconero nell’anno dello scudetto romanista, della famosa «questione di centimetri» e del righello di plastica recapitato da Boniperti a Viola con restituzione al mittente accompagnata da una battuta rimasta storica: «Penso che serva più a lei che è geometra, io sono ingegnere meccanico». Una sfida iniziata lontano nei tempi, con il 5-0 di Campo Testaccio e che ha sempre caratterizzato il calcio italiano. Perché si affrontavano la squadra della Capitale politica con quella che a lungo è stata con la Fiat il motore del paese. Una rivalità che come un testimone è passato negli anni a Franco Sensi, artefice di battaglie memorabili. Inizialmente in compagnia di Zeman. Un attacco frontale, oscillando dalla questione doping a quella arbitrale. Il rigore negato a Gautieri (8 febbraio del ‘98) riaccende una polemica mai sopita con il famoso caso Aldair ai tempi di Mazzone (15 gennaio del ‘95). Il brasiliano è disturbato dal guardalinee Manfredini che gli passa dietro e toccando la palla con la testa gli fa sbagliare la rimessa: palla a Ravanelli che segna. Surreale. Le stagioni passano e per una volta sono i bianconeri a lamentarsi quando Sensi ottiene di poter far giocare Nakata a Torino grazie alla modifica della norma sugli extracomunitari avvenuta solo due giorni prima del match-scudetto. Il giapponese è decisivo: entra al posto di Totti e dà il via con il gol del 2-1 alla rimonta che vale il titolo. Proprio Francesco nel 2004 regala uno sfottò rimasto iconico: la Juventus viene travolta con un poker e il Capitano con la mano fa il gesto del 4 a Tudor, invitandolo ad andare a casa. Sulla panchina romanista c’è ancora Capello. «Mai in bianconero» giura Don Fabio. Ma nella stagione successiva si consuma il tradimento.

DUELLO TIEPIDO 
A lungo Juve-Roma è stata una partita nella partita. In tempi più o meno recenti lo ha capito Garcia mimando di suonare il violino dopo il primo rigore assegnato dall’arbitro Rocchi nel match perso 3-2, il 5 ottobre del 2014. Molto meno lo ha compreso Pallotta. Che aprì i cancelli di Trigoria ai bianconeri, all’epoca allenati da Conte, per permettere loro di preparare al meglio la finale di Supercoppa Italiana. Ma non solo. Perché negli anni Roma e Juve sono state spesso e volentieri a braccetto nelle lotte in Lega. Trend che visto il modus operandi dei Friedkin è destinato a rimanere immutato. La rivalità resta così impolverata nell’album dei ricordi. O nella passionalità dei tifosi con qualche anno sulle spalle. 

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