Neymar, un campione nato in spiaggia con la musica nelle vene

Giovedì 3 Agosto 2017 di Ugo Trani
ROMA Neymar sa bene dove e quando arriverà il conto: in campo, già alla prima partita. Il resto è scritto: l'affare, lo fa il Barça, perché i 222 milioni della clausola non potranno mai rispecchiare il valore di mercato del brasiliano di Mogi das Cruzes, a prescindere da quali saranno i suoi risultati personali nei prossimi cinque anni a Parigi e soprattutto quelli del Psg: non c'è sponsor che tenga a dare un senso all'operazione; lo sfizio se lo toglie lo sceicco Al-Khelaïfi che, come gli accade spesso nella vita, non intende negarsi niente e magari stavolta spera di alzare finalmente la Champions; la trappola è quella che Emery, accogliendo anche il capitano della Seleçao nella sua già ricchissima rosa, dovrà scansare: il tecnico spagnolo non si può certo permettere di sbagliare stagione, come è successo nella scorsa con il ribaltone del Nou Camp e il titolo della Ligue 1 lasciato al Monaco.
NON SOLO PREDESTINATO
Neymar da Silva Santos Júnior, 25 anni, rimane però il prototipo del calciatore brasiliano. A sei anni lo hanno subito catalogato. Campione e basta. Alla prima finta sulla sabbia, usata per i suoi giochi di prestigio e non certo per fare castelli. Come altri coetanei ha scelto la spiaggia per rivelarsi. Quella di Sao Vicente, nello stato di San Paolo, la stessa magia di Copacabana a Rio, e di chissà quante altre davanti all'Atlantico, per chi giorno e notte vive con il pallone..Tecnica, velocità e agilità. Sempre in piedi e senza paura: a quell'età, ancora non si simula per avere la punizione o il rigore. E, come spesso è accaduto ai suoi connazionali, pure lui è cresciuto calcisticamente in strada. Non per forza in una favelas. Vicino, comunque, a una discarica. Senza scarpe, magari zompettando tra i cavi dell'alta tensione. Anzi danzando. Come raccontò il suo primo allenatore Betinho: «Tra tutti i ragazzi che ho seguito nessuno aveva ciò che ha Neymar. La velocità, la ginga, è qualcosa che hai nel tuo tessuto biologico, la facilità di confondere l'avversario, dribblare, muovere il corpo». La ginga è nel sangue. Così se l'è portata dietro da Praia Grande al Santos. Che, con quella maglia bianca addosso, lo ha voluto presto erede di Pelè. Oggi lo chiamano O' Ney, ma proprio O' Rey più volte, anche recentemente, non lo ha riconosciuto tale. «Solo un buon giocatore» disse Pelè. Che poi virò, rinunciando a sfidare il popolo: «Può diventare più forte di Messi e tecnicamente è migliore di Cristiano Ronaldo». Anche perché i suoi colpi sono fantastici. Come le cifre che lo hanno accompagnato fino a Parigi. Nazionale e club: 311 reti in 512 match, media di 0,6 gol a partita. Attaccante di razza, dunque, e giocatore completo: ambidestro e forte pure di testa. Non gli manca niente, a parte il titolo mondiale.
DUBBIO ANTICO
Il Real non si fidò di spendere 300 mila euro nel 2006 e lo lasciò al Santos e quindi, senza saperlo, proprio al Barça. A Madrid, pensate un po', considerarono, un investimento esagerato per quel quattordicenne che ha sempre puntato la porta. Dribbling e via, con la ginga che rende i movimenti indecifrabili e le sue giocate imprevedibili. Superiorità numerica, assist e gol: così ha vinto con il Santos e il Barcellona. E con la Seleçao ai Giochi di Rio del 2016. Solista e altruista. Ma ancora non si può sapere se anche uomo squadra. La curiosità del pianeta è la stessa di Emery. Che ha fretta di sapere se il campione, più del prezzo, è giusto.
  Ultimo aggiornamento: 20:53


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