Lazio-Roma, Sarri contro Mourinho: c'è chi gode e chi litiga

foto Mancini
di Alessandro Angeloni
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Lunedì 27 Settembre 2021, 07:30

Un’aquila nel cielo, vola e poi si posa sul campo della vittoria. E finisce magicamente sul braccio di Maurizio Sarri. E’ l’immagine del derby di Roma, il finale, dopo il fischio dell’arbitro Guida. Sotto la Nord corre in tuta l’allenatore della Lazio, che fa festa, sorride, con i suoi calciatori, tutti. Mano nella mano, cuore a cuore. Certo, non è Sangiovannese-Montevarchi, ma da ieri l’allenatore dei biancocelesti ha conosciuto anche le tensioni che si vivono lontano dall’Arno e s’è guadagnato un pezzettino di storia della società che oggi rappresenta. Non è da meno il collega, José Mourinho, che è perdente ma rialza subito la testa, fa il capo, raccoglie i suoi, parla, chiede, spiega e poi li porta tutti sotto la Sud («abbiamo trovato la nostra intimità, come tra le mura dello spogliatoio»). Riequilibrando il distanziamento fisiologico che c’è tra i due mondi: Lazio da una parte, Roma dall’altra, non certo uniti nell’abbraccio. Ma prima c’è stata una partita e i due allenatori l’hanno respirata, a modo loro, sudata, sofferta. Maurizio scrive, José chiacchiera. Mourinho nel tabellone che riportava le formazioni a inizio partita, diventa Muorihno e cominciamo male. “Mouri”, ma perché? Il “refuso” è quasi una risposta al suo «la Lazio non l’ho ancora vista», di giovedì scorso. Ma diciamo che va bene, è derby anche questo, no? Mourinho cercava nemici e il loro rumore e in questi ultimi cinque giorni li ha trovati, il culmine è stato proprio il derby: prima l’arbitro Rapuano, che ha espulso Pellegrini e poi Guida (nel finale, visitato anche dal gm Pinto), che a suo dire si è perso «il rigore di Zaniolo, da cui poi nasce il raddoppio della Lazio e il secondo giallo a Leiva, che non è stato punito per lo stesso fallo di Pellegrini». Nemici in campo e fuori, eccone poi un altro, Marco Parolo, ex biancoceleste e commentatore Dazn, che paga davanti allo Special il suo passato nella Lazio. «Ciao Marco, complimenti per la vostra vittoria», precisando poi di «non essere sarcastico». Parolo ci rimane male e rilancia, esibendo la sua imparzialità e professionalità. Ok, intanto il colpo era partito. Lucidissimo anche sulla partita, non vuole toccare il morale della squadra, che ha preso comunque una bella botta, ma lo tira su, sempre a modo suo, come un tempo, come il vecchio Mou. «Noi siamo sereni anche nei momenti di difficili. Siamo andati in difficoltà solo per dieci minuti. Orgoglio e qualità ci sono stati, meritavamo un risultato diverso e l’arbitro è stato decisivo in questa partita. L’arbitro ha sbagliato, il Var ha sbagliato, non so se da Coverciano o dove sono...». E’ così, chiaro. L’arbitro è Guida, che però ha sbandato, a suo dire: è quello che gli ha esibito il cartellino giallo durante il match, punendolo per le continue proteste verso lui e tutti gli assistenti. L’orgoglio della Roma sale quando Mou, al gol di Ibanez, si gira verso le telecamere e mima un «calma, calma». Ha creduto nella rimonta, e per poco non aveva ragione, la Roma non è crollata, è stata sempre in partita. Un Mourinho caldo anche nella sala stampa e non solo davanti alle telecamere: lite stavolta con i delegati della Lega, che impedivano ai giornalisti di rivolgergli le domande. Secondo certe regole, era l’ufficio stampa della Lazio a dovergliele riferire. Ma no, non esiste, e la conferenza viene disertata. «La Lazio ha scelto per il suo allenatore, io voglio parlare con la stampa. Non c’è rispetto per la gente che lavora. Questa regola è una ca..ata, io voglio parlare ai giornalisti e voi non mi lasciate parlare. L’addetto stampa non è un giornalista. Mettiti la modalità nel c..o, ca..o». Litiga e spiega, Mou. «Abbiamo giocato e dominato, anch’io dalla panchina ho provato tutto. Abbiamo messo in grande difficoltà la Lazio, hanno gestito gli ultimi minuti bene perché l’arbitro gliel’ha permesso. Ma io sono sereno e orgoglioso, meritavamo un risultato diverso, l’arbitro è stato decisivo nella partita». 
IL GIOCHISTA
Di tutto altro umore, ovviamente, Maurizio Sarri, che non ha certo vissuto la rivalità con Mou, i due si salutano, si abbracciano, si stimano. Alla fine festeggia il laziale, che torna all’aquila, la cara amica del finale sotto la Curva Nord, «Olimpia dorme dietro la mia stanza a Formello, la conosco bene». Ha preso confidenza con il mondo Lazio, anche volando con il suo simbolo. Sarri si scioglie, certe partite si vincono anche senza riscontrare ancora al cento per cento i suoi dogmi tattici. La squadra fa qualcosa di sarriano, non ancora tutto, ma alla fine è soddisfatto, con tutti i suoi giocatori, da Immobile a Felipe, che appare uno dei suoi preferiti. «Ho dubbi che conosca realmente il suo vero valore». E poi c’è spazio all’emozione dopo la “prima” nel derby della Capitale. «Ho fatto un anno di Premier e lì vengono fuori spesso partite come questa. A livello di emotività la metto nei primissimi posti, non pensavo che giocare un derby desse questa adrenalina e questa soddisfazione a vincerla. Una delle primissime per me». Ora bisognerà anche ricollocare il derby dell’Arno. Pazienza. C’è altro a cui pensare.

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