Mourinho, l'uomo delle verità scomode

foto Mancini
di Andrea Sorrentino
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Sabato 18 Settembre 2021, 07:30

«Non essere str..., non capisci che il vero divertimento è vincere?». Come il Principe di Niccolò Machiavelli, José Mourinho si fa ora volpe, ora leone. È dalla combinazione di astuzia e forza che fiorisce l’arte di governare, diceva il gran fiorentino 500 anni fa, un’arte che ai nostri tempi decliniamo nella capacità di comando, o leadership che dir si voglia. Machiavelli consigliava poi al Principe di imparare a simulare e a dissimulare, ma in questo José Mourinho non è così d’accordo. Se c’è una cosa che a Roma stanno imparando di questo uomo diretto e multiforme, che canta Bella Ciao e invoca preghiere a San Pietro per la salute dei giocatori, è quella che poi è il vero segreto del suo successo come comunicatore e trascinatore di genti, e il motivo per il quale tanti lo detestano: sostanzialmente, lui dice sempre la verità. Anche se è urticante, anche se non la vorresti ascoltare.
CUSTODIRE SEGRETI
Nei limiti consentiti dal ruolo, che contempla anche il dover custodire segreti di uomini, di spogliatoio, di strategie, è rarissimo che Mourinho dica bugie ai giocatori in privato, o a tifosi e avversari in pubblico, per il tramite delle telecamere. A volte le cose coincidono, come nella sua frase da lui stesso riportata dopo Roma-Cska con cui abbiamo iniziato questo articolo: l’altro giorno un giocatore è uscito dal campo durante un’accanita partitella a Trigoria, col risultato in bilico, per farsi due palleggi «così mi diverto un po’», e la risposta del tecnico è stata secca e poco decoubertiniana (ma tanto De Coubertin mica l’aveva detto davvero che partecipare è più importante che vincere). «Ai giovani e a tutti i giocatori deve arrivare il messaggio. Sarò sbagliato, ma mi diverto solo se vinco», ed è così per qualsiasi sportivo. Pure sulle reali ambizioni della Roma non mente: ora una città in estasi pensa che tutto sia possibile, invece lui dice che è felice di ciò che sta costruendo, certo, ma per ora non si vede da scudetto. E lo pensa davvero, non è posa o lamentazione. «La differenza tra noi e le altre top sta nelle opzioni in panchina», ed è verissimo: voleva un centrocampista e un terzino destro che non sono arrivati, poi ha un sacco di «bambini che devono diventare calciatori», e dategli torto.
VOLPE E LEONE
La Roma viene da anni di pesanti serie di infortuni? E lui racconta di «pregare San Pietro» affinché non ce ne siano. Evidenzia i problemi strutturali della squadra, con lucidità. La stessa di quei suoi imperdibili riassunti postpartita, mirabili per capacità di sintesi e di analisi. È volpe: sa che prima o poi arriverà la sconfitta, lui la chiama «il buio», quindi prepara tutti, lui compreso, allo choc che ne seguirà, quando sarà messa alla prova l’empatia creata finora. Nel malaugurato caso sarà pure leone: se c’è una cosa che lo manda fuori di testa è proprio perdere, e lì vedrete, farà fuoco e fiamme, altro che il José papale di queste sei vittorie su sei. Del resto sta insegnando ai giocatori a odiare con tutte le proprie forze l’idea di sconfitta, è la base del programma. Sarà per questo, tra le altre cose, che non si vede più un romanista rotolarsi a terra per un minuto, dopo un fallo: il dolore non esiste, non lo si mostra all’avversario e lo si cancella solo rialzandosi, subito. Ci si prepara a vincere anche così.

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