Mou, giù la maschera: stasera la presentazione all'Olimpico

foto MANCINI
di Andrea Sorrentino
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Sabato 14 Agosto 2021, 07:30

A 102 giorni dall’annuncio che sorprese il mondo, José Mourinho diventa romanista stasera, con l’esordio all’Olimpico. Via i veli e le maschere, ci siamo. Ha trascorso oltre un mese di pratica quotidiana e benedettina, pregando e lavorando in un silenzio claustrale, appena interrotto da qualche post, di quelli che non si negano a nessuno. Non avrà tempo di emozionarsi, è già tesissimo e concentrato sugli impegni ufficiali che iniziano giovedì. Ma vuol fare bella figura coi nuovi tifosi, farsi sentire uno di loro, partire bene, anche se saranno pochini. Un po’ di sano romanismo ce l’aveva dentro, se è vero che iniziammo a conoscerlo nel lontano 2003 quando col Porto travolse la Lazio di Mancini in semifinale Uefa, e sul 4-1 trattenne Castroman prima di una rimessa laterale (seguì puntuale squalifica); o per quello che accadde nel 2005, quando per le infernali polemiche dopo un Barcellona-Chelsea indusse al ritiro l’arbitro Frisk, lo svedese che due volte era uscito dall’Olimpico tra risse e monetine (Roma-Galatasaray del 2002 e Roma-Dinamo Kiev del 2004). 
LA SCOMMESSA
Ma da oggi inizia l’attualità, e quella che a tutt’oggi si può definire la scommessa di José. La rosa della sua Roma è ancora molto simile a quella di Fonseca, quindi per la prima volta dai tempi eroici del Porto possiamo dire che Mourinho non ha avuto in regalo grandi acquisti o colpi a effetto, per ora. Una novità, per lui. Una scommessa, su di sé e su chi lo circonda. A cominciare da Nicolò Zaniolo: è su di lui che Mourinho vuole costruire la Roma, si aspetta progressi e stabilità caratteriale, perché l’affermazione di Zaniolo sarebbe come l’acquisto di un asso sul mercato. Dove finora gli interventi sono impalpabili, e solo per le urgenze: era come se la Roma non avesse un portiere ed ecco Rui Patricio, non aveva più il terzino per il crac di Spinazzola ed ecco Viña, infine Shomurodov per rinvigorire l’attacco, ma intanto l’uscita di Dzeko. Nemmeno l’amato uomo d’ordine a centrocampo, su cui José fa sempre gran conto, è arrivato: ma su Xhaka c’è chi ancora confida. E ci vorrebbe anche un difensore di personalità, ma niente. Nell’attesa, senza lasciar trasparire il legittimo dispetto (non è contento, ma spera negli ultimi botti di mercato), Mourinho ha allenato coi suoi metodi (sedute da 90 minuti con intensità da gara), ha giocato ogni tre giorni per abituare il gruppo agli impegni ravvicinati, ha lavorato sui difetti evidenti: ristabilire una fase difensiva decente, la squadra sempre a 4-4-2 in fase di non possesso e ben allineata, corta; ha infuso un certo spirito battagliero, con gli eccessi del caso. In attacco, solito spartito alla José, ci ha costruito una carriera: concedere palla agli avversari ma pressarli alti, e rovesciare il fronte con imbucate per le punte. Che devono essere prestanti e di gamba tonica, devono intimidire e travolgere. Da qui la ricerca di atleti come Shomurodov o Abraham, che ricorda Adebayor, e la relativa disperazione per l’addio di Dzeko. Mourinho vuole una squadra atleticamente dominante, la ricerca è in quella direzione, e che abbia personalità. Così ha lavorato pure sull’autostima, sul saper dimostrare a se stessi che si può non temere nessuno: gli occhi di tigre contro Porto, Siviglia e Betis hanno dimostrato che qualche messaggio è arrivato, e pazienza se ci saranno sempre quelli col ditino alzato a dire che no, non si fa, che in amichevole è così inelegante fare risse. Ma i moralizzatori sono sempre noiosi. Qui c’è da fare la Roma, che da 13 anni sta in un cantuccio. Ed è ora di finirla, ci sta dicendo José

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