Mancini e Vialli, i gemelli del gol e quell'abbraccio simbolo di un'Italia che fa emozionare

Mancini e Vialli, i gemelli del gol e quell'abbraccio simbolo di un'Italia che fa emozionare
di Alvaro Moretti
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Domenica 27 Giugno 2021, 09:28 - Ultimo aggiornamento: 28 Giugno, 10:28

Cosa resterà, per sempre, nei ricordi di Italia-Austria, il complicatissimo ottavo di finale di Euro2020? Per qualcuno l'inginocchiata (ma dopo il gol) di Federico Chiesa. Per altri lo sguardo di Pessina mentre osserva il pallone entrare in rete per il 2-0 nel supplementare. Per me, per tanti lo sguardo di Gianluca Vialli che urlando cerca il fratello, Roberto Mancini. Da sempre sono così, uno - il Gianduca come lo chiamavamo trent'anni fa, goleador più espansivo e aperto alle emozioni; l'altro - il Mancio - più cerebrale e talentuoso, ma intimo nelle emozioni e più facile all'ira e alla presa di posizione "politiva", più capitano. Si ritrovano insieme in Nazionale in un momento particolare delle loro vite: Mancini ct cercava un uomo-squadra, il sole quando lui doveva diventare luna. Capita, ora, che chiamare da ct Vialli a fare il team manager azzurro (dopo gli anni di Gigi Riva, icona e roccia per generazioni, vincenti, di azzurri) succeda quando in primavera ci siamo ricordati tutti di quel magico 1991 quando la Sampdoria di Mantovani con le volée di Mancini e le sgroppate assistite di Vialli vinse lo storico scudetto. Capita, però, e questo grazie a Gianluca lo sappiamo tutti nel momento più duro della vita di Vialli, quello che teneva su il morale affronta e combatte da anni con un tumore al pancreas che non lo vuole abbandonare.

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Capelli

Un po' di quei capelli bianchi che Mancio porta sulla fronte vengono anche da lì, dal dispiacere per un amico ritrovato come compagno di viaggio dopo tanti anni a sfidarsi e ricorrersi: nel 2000 si giocarono l'accesso ai quarti di Champions, con Vialli allenatore del Chelsea e Mancini mentore della Lazio dello scudetto. Pochi lo sanno, ma se la Lazio nel 2014 non l'avesse presa Lotito, sarebbe stato proprio Vialli a prendere il posto ce fu di un Mancini quasi debuttante da tecnico. Tutti hanno visto quell'abbraccio e come - tra i due - come ai tempi della Samp uno fosse meno spontaneo nell'esultanza, più misurato, mai sfrenato. E quello era Roberto. L'altro, come al solito, quello che il giorno dopo lo scudetto del 1991 s'erà già tinto i capelli di biondo (con Cerezo). Abbiamo tante foto di abbracci tra Mancini e Vialli, ora ct e assistente tecnico della nazionale ai quarti, ma vedrete mille volte Gianluca cercare Roby, il riservato. Che poi acqua cheta... Se stiamo ai racconti di Lory Del Santo dei ruggenti anni della Samp, con i due in coppia a fare scorribande.

 

RICORSI

L'altra sera contro l'Austria il luogo della sofferenza sportiva, era un luogo che ben conoscono i due. A Wembley, nel 1992, si consumò in un supplementare della finale di Coppa dei Campioni. il sogno della Samp di Mantovani E la beffa del gol di Koeman da lontano, con il Barcellona campione, e troppi errori da ricordare per una vita sono stati un punto di svolta nella vita dei gemelli doriani: poi Vialli, con i suoi capelli sempre più radi, accettò di andare alla Juve per rivincerla un giorno (Roma, 1996) quella Champions sfuggita di mano a Wembley; Mancini i capelli li ha tenuti lunghi, contanto le ciocche bianche fino alla frezza davanti alla fronte scompigliata dagli abbracci di Luca. Nei momenti più duri, un duro come Mancini, sa che di un pezzo di sé che non può essere lui ha bisogno: per far scappare i fantasmi, oltre al figlio di Chiesa (che sostituì Vialli alla Samp per un po') serviva un discorso di quelli che solo Vialli sa fare. Mancini sa come e quando appendere ad un muro il campione riluttante e capriccioso (è un duro e un carismatico, Roby) ma se serve scioglere la tensione, allora serve Vialli. Uno che - proprio oggi e a un gruppo senza grande esperienza ad alti livelli - sappia inchiodare tutti al sorriso con una piega.

La piega gliela dà il fatto di essere uno in lotta per la vita, proprio lui che quando segna Federico Chiesa se ne accorge - nel boato dell'anima - prima di Mancini. "Qualcuno si può essere riconosciuto con la voglia di fare qualcosa d'importante - prosegue Vialli -. Il cancro è più forte di me e se lo combatti perdi. Io non ci sto facendo una battaglia, perché non credo che sarei in grado di vincerla". "Mancini - diceva a Sogno Azzurro, la miniserie sull'Italia di Euro2020 su Raiuno - E' un leader serio e sa che non deve dimostrare nulla a nessuno. Sin dal primo giorno l'obiettivo che ci siamo prefissati è sempre stato quello di far tornare a divertire i tifosi italiani, che si erano un po' allontanati. Credo sia giusto riportare l'Italia in cima al mondo. Questa Italia è un mix tra disciplina e libertà". Esattamente come la Samp di Vialli-Mancini, 30 anni fa.

FINALE NUOVO

C'è un finale nuovo da scrivere: nel 1992 sappiamo com'è andata per colpa di Koeman (o di Pagliuca, come chiedeva Boskov l'allenatore). Ora c'è Monaco e i quarti, poi magari Wembkey tornerà E Mancio lo ha ricordato a tutti da duro: "La mia Wembley non è vendicata, servono ancora tre partite". Due proprio nello stadio che ieri ha rivisto l'abbraccio calvo e brizzolato di due italiani che sono - da sempre - bellissimi insieme, come simbolo di un'amicizia che nulla può scalfire.

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