Mancio contro Luis Enrique alla prova di coraggio: il profilo dei due tecnici rivoluzionari

Mancio contro Luis Enrique alla prova di coraggio: il profilo dei due tecnici rivoluzionari
di Alessandro Angeloni
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Domenica 4 Luglio 2021, 07:30 - Ultimo aggiornamento: 10:03

Luis Enrique e Mancini, si guardano, si studiano e poi si affronteranno. Dopodomani, a Wembley. Una semifinale da urlo. I due non sono uguali, ma simili sì. Simili come ct, se non altro per il percorso sulle rispettive panchine, per l’idea di calcio e per come la sviluppano. Si vedranno in semifinale, per un’altra sfida tra Italia e Spagna, nove anni dopo la finalissima di Kiev 2012. Era un’altra Italia, era un’altra Spagna, Luis aveva alle spalle l’esperienza negativa alla Roma, Roby primeggiava col City. Entrambi, Mancio e Lucho nel 2018, sono stati chiamati dalle loro federazioni non alle armi, ma alla rivoluzione sì, il 9 luglio lo spagnolo, il 14 maggio Roby: la Roja era alla conclusione di un ciclo vincente, gli Azzurri dovevano raccattare le macerie lasciate dalle gestioni precedenti, dal pessimo Mondiale in Brasile alla esclusione da quello russo, con in mezzo la fiammella accesa da Conte con i quarti di Euro di Francia 2016. 
ADDIO TRADIZIONI
Mancio e Luis hanno ricominciato dal talento e dalla beata gioventù. Dall’idea di squadra dominante, divertente, quindi, possibilmente, vincente. Caratteristiche normali per la mentalità spagnola, un po’ meno per quella italiana, che sta pian piano uscendo dalla gabbia della retorica sul contropiede e sul calcio difensivo. No, la Spagna e l’Italia di Luis Enrique e Mancini, il dominio lo vogliono avere tra i piedi, nella testa e nel cuore. Pressare alto, passaggi brevi e verticalità. Due hombre vertical, non solo uno, cioè Luis, così lo si chiamava ai tempi della Roma. Due uomini che in comune hanno il coraggio delle proprie idee e di proporre un calcio aperto. Avanti per la loro strada, sempre, per onorare un cambiamento non solo tattico, ma pure di mentalità, oltre la tradizione. Hanno invertito certe rotte. Mancini ha sperimentato, ha chiamato ragazzi senza presenze in serie A (Zaniolo), giocatori “stranieri” vedi Grifo, Piccini. Ha solo notato la loro predisposizione al gioco e al senso del gruppo. All’Europeo ha chiamato Raspadori, e lo ha fatto esordire, ha poi lasciato quei pochi affidabili leader stagionati, come Bonucci e Chiellini. Sono spariti i “blocchi”, che per anni hanno caratterizzato la Nazionale. Mancini lascia dominare il Sassuolo, l’Atalanta, non necessariamente la Juve o il Milan. Ha sempre e solo parlato di divertimento, fin dal principio: giocare bene e riportare il pubblico dalla parte dell’Italia. Pubblico che si era disamorato dopo la gestione Ventura. Lucho si è beccato molte critiche per aver rinunciato ai giocatori del Real (ultimo caduto, Ramos, dopo 160 e più presenze con la Roja), e questa sì, è una rivoluzione vera. Ha puntato su Morata, uno dei più contestati alla vigilia, come fu per Bearzot con Rossi. Luis Enrique è alla continua ricerca della bellezza, dell’interprete adatto, al di là dell’età e del vestito, o in questo caso, della camiceta che indossa. Le critiche, le ascolta e passa oltre. Del resto ha vissuto questioni più pesanti e nemmeno troppo tempo fa, per soffermarsi sugli odiatori. La morte prematura della figlia, la piccola Xana, 9 anni, che nell’estate del 2019 si è arresa a un terribile male, lo ha segnato e costretto a lasciare la Roja a Moreno (suo ex uomo di fiducia), per poi riprendersela qualche mese dopo, a novembre ed eccolo qui, in semifinale con l’Italia a dispetto di Francia, Germania e Belgio. Anche lui ha puntato sui giovani, chiamando ad esempio Pedri, il più piccolo ad aver disputato un quarto di finale a un Europeo (18 anni e 219 giorni). Nella sua Spagna, il giocatore che tocca più palloni è il difensore centrale, Pau Torres, uno che con la Svizzera ha gestito 161 palloni. Un difensore. Questo fa capire quanto il suo calcio di qualità parta dal basso. E in questo è così anche Mancini, al quale piace meno il possesso (la media di tocchi della Spagna e sotto ai tre) e di più la verticalità: pressing alto e affondo in porta. Spagna e Italia, due nazionali coraggiose, figlie del coraggio e del carisma dei due tecnici. Due squadre belle, dal calcio totale. L’Italia, contro il Belgio, ha imparato anche a sporcarsi. La Spagna questo ancora deve imparare a farlo. In fondo l’Italia, la sua vera anima, non la perderà mai. 

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