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Lippi: «L'Italia ha costretto l'Inghilterra a stare sempre in difesa»

Lippi
di Ugo Trani
4 Minuti di Lettura
Martedì 13 Luglio 2021, 07:30

Il 9 luglio 2006, campioni del mondo a Berlino; l’11 luglio 2021, campioni d’Europa a Londra. Dall’Olympiastadion a Wembley: 15 anni dopo, Marcello Lippi passa il testimone a Roberto Mancini. È il primo trofeo dopo quello in Germania. «Bisogna solo dire brava Italia. Ha dominato dall’inizio del torneo. Successo meritato». L’ex ct, come sempre, è categorico. Sta passando le sue giornate a pesca nel Mediterraneo. Parla al telefono, al rientro in porto. La partita se l’è gustata con il gruppo che lo segue per mare. «Mi è proprio piaciuta per la preparazione e l’interpretazione. Complimenti a tutti».
Togliamo subito di mezzo la domanda che si fa sempre in questi casi: si può accostare questa vittoria in Inghilterra alla vostra nel mondiale in Germania?
«Lasciamo stare. I paragoni non mi piacciono e servono a poco. Bisogna solo celebrare questo trionfo. Quando si conquista un trofeo, vuol dire che ha funzionato tutto alla perfezione. Federazione, ct, giocatori, staff al completo. Il successo coinvolge ogni componente: la squadra che non è solo quella che va in campo».
Bene, andiamo avanti: che cosa pensa del lavoro di Mancini?
«È riuscito a centrare l’obiettivo seguendo la sua idea. In tre anni è stato capace di far crescere la Nazionale, di dargli uno spirito propositivo. Ha fatto in fretta a riportare in alto l’Italia, come ora sanno bene all’estero».
Quanto è forte la Nazionale?
«Tra i meriti di Mancini c’è proprio il salto verso l’alto. L’Italia è tornata tra le grandi del calcio internazionale. Adesso gioca alla pari con chiunque e sa di poter vincere contro qualsiasi avversaria».
Quali possono essere stati gli ostacoli da superare nel nuovo percorso dopo il flop del novembre 2017, con gli azzurri esclusi dal mondiale 2018 in Russia?

«Il lungo stop per la pandemia. Dopo lo splendido girone nelle qualificazioni, con dieci vittorie di fila, mancini non ha avuto la possibilità di giocare le amichevoli di primo piano fissate prima dell’Europeo. Sono saltati i test contro la Germania e l’Inghilterra. Nonostante l’inconveniente, l’Italia si è fatta trovare pronta. Nella finale c’è stata la conferma».
A Londra ha però dovuto aspettare i rigori, come è successo alla sua nazionale nella notte di Berlino. Come giudica la prestazione degli azzurri a Wembley?
«Mi ha colpito la personalità e la maturità dei giocatori. In campo c’è stata solo l’Italia che avrebbe meritato di prendersi la coppa prima dei rigori. L’Inghilterra si è difesa e basta. Timida e impaurita. Un po’ per la pressione del pubblico e anche perché nella finale è partita favorita. Nonostante avesse contro il novanta per cento dei tifosi, la Naziomale ha giocato una grande partita. Sempre all’attacco, costringendo gli avversari a restare dietro. Non ho mai pensato che potesse finire male proprio per l’atteggiamento degli azzurri. Tranquilli, aggressivi e lucidi. Ovviamente concentrati e caratterialmente presenti. Pronti al sacrificio. Il gruppo, insomma, c’è».
L’Italia che attacca è stata promossa fin dall’inizio del torneo. Difesa e portiere, però, sono stati alla fine decisivi. È la nostra storia?
«Non si può negare che Mancini sia arrivato al successo passando attraverso il gioco. Ma l’Italia sa anche come limitare i rischi. E non da Londra. In questo senso la prestazione è stata completa».
Ancora i rigori per la coppa. Lei raccontò che di solito si avvicina alla panchina solo chi vuole tirarli. E quando girano a largo, è difficile che finisca bene. Che cosa è successo a Wembley?
«Sui rigori non si può mai andare sul sicuro. Jorginho, dopo averne segnati in azzurro sei su sei, ha sbagliato in finale. Ma abbiamo vinto lo stesso».

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