ltalia-Spagna, la sfida è lì nel mezzo: meglio i palleggiatori di Mancini o il tiki taka di Luis Enrique?

ltalia-Spagna, la sfida è lì nel mezzo: meglio i palleggiatori di Mancini o il tiki taka di Luis Enrique?
di Ugo Trani
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Lunedì 5 Luglio 2021, 08:17 - Ultimo aggiornamento: 13:16

L’Invincibile Armada, con 35 risultati utili consecutivi (dal febbraio 2007 al giugno 2009), è quella che l’Italia vorrebbe imitare, anche perché dentro alla striscia di imbattibilità riuscì a conquistare l’Europeo 2008 in Austria e Svizzera. Agli azzurri, arrivati fino a 32, non basterebbero però nemmeno gli ultimi due successi a Wembley, in semifinale e, se la dovessero giocare, in finale per eguagliare quella Spagna che un anno dopo aver chiuso quella serie infinita conquistò anche il titolo mondiale in Sudafrica. La Nazionale di Mancini, al momento, si accontenta di poter sfidare i divulgatori del tiki taka sul pianeta. Non è poco, pensando alle macerie lasciate da Ventura nel novembre del 2017. In meno di 3 anni, la virata netta del nuovo ct. Così, domani sera a Londra, in palio ecco anche il gioco e non solo il risultato. Prima della mezzanotte, e nel tempio del calcio inglese, conosceremo il più bello del reame.

A SPECCHIO
Mancini come Luis Enrique predica il 4-3-3 propositivo, concetti simili. Pressing alto e palleggio insistito. Il meglio sta però lì in mezzo. E l’Italia, sulla scia dei trionfi spagnoli, ha cambiato il suo spirito. «A me la palla, please». Noi come loro. Lo ha chiarito anche Barella a Coverciano: «Siamo due nazionali simili, vogliamo entrambe il pallino del gioco: cercheremo di tenerlo noi e di metterli fuori tempo». Il trottolino giocoso esalta i suoi compagni di reparto. Coppia per la formula inedita e al tempo stesso efficace del doppio regista. «Jorginho e Verratti sono due fenomeni e cercano di far girare la nostra squadra. Io mi dedico all’inserimento». Al trio è stata affidata la traccia che spesso è esaltante e di sicuro coinvolgente: oggi viene raccontata come l’idea meravigliosa di Mancini. Sono loro i titolari, anche se insieme hanno giocato solo 12 delle 37 partite della nuova éra. Ma la prima volta ha il suo significato: il pari contro l’Ùcraina a Marassi. Da lì è partita la striscia delle 32 partite senza sconfitte. In 20 non è stato possibile vederli uno accanto all’altro come è accaduto nelle ultime tre di questo Europeo. Verratti, il più basso (165 centimetri) tra loro, è anche quello che ha perso più match, fermato spesso da infortuni. E per il più recente ha rischiato di non finire nel gruppo dei 26 scelti dal ct per la competizione. Jorginho, o’ professore come lo chiama Insigne, e Barella, il simbolo del dinamismo azzurro, hanno avuto più spazio.

AVANTI TUTTA
Luis Enrique non allena l’Invincibile Armada. In Spagna, magari sminuendo il suo lavoro, dicono che abbia scelto solo soldati. Pochi, ma buoni (anche di carattere). Ne ha chiamati 24 «perché il gruppo deve essere unito». Il suo alter ego in campo è Busquets, play anche allo stadio Olimpico di Kiev il 1° luglio del 2012 quando l’Italia di Prandelli crollò (4-0) davanti alle Furie Rosse nella finale di quell’Europeo giocato tra Ucraina e Polonia. Meraviglioso quel coro. Accanto a lui Xavi e Xabi Alonso, con Fabregas falso nove e anche trequartista e con Iniesta attaccante a sinistra. Lucho sfiderà Mancini con i suoi migliori tre: Koke a destra, Pedri sul lato opposto e appunto Busquets, aspettato dal suo ct nonostante abbia incrociato il Covid proprio alla vigilia della competizione. Non è paragonabile con il tridente top: Xavi, Busquets e Iniesta. Ma i tre piacciono all’asturiano che li ha riavuti insieme nelle ultime tre gare. Busquets è l’equilibrio fatto giocatore, come disse anche Del Bosque in Sudafrica per difenderlo dalle critica e portarlo a vincere il mondiale: «Se dovessi rinascere, vorrei essere come lui». Koke è il maratoneta: ha qualità, ma a Luis Enrique piace perché esce dal campo sempre esausto. Non è Xavi, insomma. Pedri, invece, insegue le orme di Iniesta. È giovane, 18 anni, e punta l’uomo. Attacca velocemente anche ora che sta a centrocampo. Fa il Barella. Che spiega: «Noi facciamo un lavoro importante per la squadra: il centrocampo è il reparto dove passa il gioco. Il fulcro di tutto è però il gruppo, la forza d’intenti comune. È quello che cercheremo di portare avanti fino al termine».

 

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