Italia-Austria cosa ci ha insegnato? A Monaco con il gruppo, ma il grande risolutore non c'è

Italia-Austria cosa ci ha insegnato? A Monaco con il gruppo, ma il grande risolutore non c'è
di Alessandro Catapano
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Domenica 27 Giugno 2021, 11:17 - Ultimo aggiornamento: 19:10

Cuore e grinta, d’accordo. Abbracciamoci tutti e andiamo a Monaco di Baviera, con questo spirito. Di più, con un senso di appartenenza che non sentivamo da un po’. Ma andiamo anche oltre, anzi torniamo indietro, rientriamo nel tempio, rigiochiamo l’ottavo contro l’Austria.

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Luci e ombre di Italia-Austria

La mattina dopo, la freddezza dell’analisi tecnica deve prendere il sopravvento sui sentimenti con cui siamo andati a dormire. Dunque, cosa è emerso ieri sera? Cose buone e cose meno. Siamo imbattuti, siamo ai quarti, aspettiamo tutto sommato senza grandi patemi di conoscere la nostra avversaria, consapevoli che sarà la squadra attualmente in cima al ranking della Fifa, o la squadra campione in carica. Questo più o meno lo sappiamo tutti. Ma come ci arriveremo? Con un gruppo che si è confermato largo, completo, pieno di risorse. Quando la partita la decidono i cambi, mentre l’avversario resta in campo con gli stessi undici per 100 minuti, vuol dire che hai carte nascoste da giocarti, per provare a risolvere la partita. Ma vuol dire anche un’altra cosa, che non ci sei riuscito fino a quel punto della gara, perché ti è mancato il grande risolutore, quello che sposta gli equilibri con una giocata di fronte ad avversari che oppongono sottopalla e prestanza fisica, e allora sopperisci con le risorse del gruppo.

A ben vedere, c’è forse un solo giocatore insostituibile in questa Nazionale, Spinazzola. Nessun altro è in grado di garantire quella corsa e quella puntualità, davanti e dietro. Speriamo che il tempo e le fatiche di questi giorni lo conservino così. Gli altri, invece, sono pedine che si possono mescolare, sostituire, rimettere dentro. Bene, è importante, è bastato con l’Austria, ma quando si alzerà il livello, venerdì?

 

L'Italia si farà

L’Italia è una squadra che si sta facendo, anche se ha le spalle strette, ancora. È un gruppo dalle grandi potenzialità, in prospettiva. Dà l’impressione che tra un anno, in Qatar, avrà raggiunto la sua maturazione tecnica, toccando lo stesso livello delle grandi. Ora, è ancora un gruppo di operai specializzati, alcuni con talento, altri con esperienza, altri ancora con intelligenza tattica. Manca una stella, ma lo sappiamo. E dopo quattro partite, sappiamo pure che quella stella però ce l’abbiamo in panchina, e ieri sera lo ha confermato: cambiare la partita, scegliere cosa correggere, su chi puntare, senza sbagliare un colpo, non è dote che hanno tutti gli allenatori.

Realismo

La bravura di Mancini, la forza del gruppo, l’empatia che quell’abbraccio con Vialli ha generato nel Paese, oscurando la polemica sul mancato inginocchiamento. Sono gli elementi a cui ci aggrappiamo nel viaggio per Monaco di Baviera. La fatica con cui l’abbiamo spuntata sull’Austria, una squadra tutto sommato modesta, ci ha riportato sulla terra, dandoci una lezione di realismo. Ma non è detto sia un male, anzi.

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